Si fa presto a dire «sospensione dello stipendio». Se a essere sprovvista di Green pass è la colf di fiducia o la badante inserita in famiglia dopo titubanze e fatica, trovarsi da un giorno all’altro senza un appoggio può mandare in crisi meccanismi collaudati al millimetro. Sì, perché il decreto sull’obbligo di «passaporto verde» per i lavoratori dipendenti riguarda anche l’attività dei collaboratori familiari. Ecco cosa c’è da sapere.
Con i datori di lavoro trasformati in controllori, colf e badanti nel mirino, e rischio sanzioni per tutti: da 600 a 1.500 euro per il lavoratore trovato senza pass, e 400 euro per il datore di lavoro che ha omesso il controllo. «Stiamo già ricevendo telefonate di famiglie che chiedono informazioni e indicazioni su cosa fare con colf e badanti che non vogliono vaccinarsi perché non si fidano – spiega Carlo Ricci, dell’Ufficio colf badanti del Movimento cristiano lavoratori di Brescia -. In attesa di ulteriori chiarimenti su questi casi specifici, prima dell’entrata in vigore dell’obbligo il 15 ottobre, manderemo una comunicazione ai nostri iscritti, ed eventualmente contatteremo chi ha situazioni particolari. La nostra prima risposta, comunque, è di non licenziare il dipendente, ma di utilizzare gli strumenti messi a disposizione dal contratto per colf e badanti». Che prevede già una maggiore elasticità rispetto a licenziamenti, ma anche la possibilità di utilizzare permessi e ferie anticipate, e di sospendere il contratto per periodi anche prolungati (concordandolo in forma scritta tra le due parti) e di assumere sostituti anche a termine.
Sempre ricordando che per ottenere il Green pass si può anche effettuare il tampone, che vale 72 ore se molecolare, mentre l’antigenico resta valido 48 ore. «Il nostro consiglio è di vaccinarsi, anche per ragioni di tutela degli assistiti che sono persone fragili – precisa Claudia Salmi dell’Ufficio colf badanti di Acli Brescia -. Ma devono essere le famiglie a valutare cosa fare, trattandosi di rapporti di fiducia tra datore e dipendente». Delle circa 16mila colf e badanti regolari nel Bresciano (secondo i dati Inps del 2020, ma la stima è che ce ne siano altrettanti in nero, quindi fuori da possibili controlli), tante sono già vaccinate: dal 16 aprile, infatti, ogni persona in condizione di fragilità che veniva vaccinata poteva far sottoporre all’iniezione anche fino a tre familiari caregiver o badanti con un contratto. La situazione è più complicata per chi lavora in nero ed è presente irregolarmente nel nostro Paese, quindi senza documenti validi per ottenere la tessera sanitaria: solo per le circa 4.700 colf e badanti che lo scorso anno hanno fatto richiesta di emersione nel bresciano, infatti, Ats ha attivato una procedura che tramite un codice numerico consente di prenotare il vaccino dal sito di Regione Lombardia anche senza tessera sanitaria.
Una «buona notizia», a fronte del «sostanziale fallimento del percorso di emersione: solo il 20% delle pratiche è stato evaso» commenta Paolo Reboni, segretario provinciale Cisl che nei mesi scorsi si è attivato per una soluzione al problema. Nessuna soluzione, invece, per chi si è vaccinato all’estero con Sputnik: il vaccino non è riconosciuto dalle autorità sanitarie italiane, e non dà diritto al Green pass; l’unica alternativa è sottoporsi periodicamente al tampone.
https://www.badanteromaaes.it/wp-content/uploads/2021/06/RSA-Covid-Badante-Roma.jpg6281000Aes Domiciliohttps://www.badanteromaaes.it/wp-content/uploads/2023/05/Badante-Roma.pngAes Domicilio2021-09-24 17:48:282021-09-29 17:48:57Green Pass a Roma: in arrivo la sospensione dello stipendio per le badanti
Noi di AES DOMICILIO, attenti a tutte le voci che si pronunciano in merito all’argomento “badanti” ci teniamo a tenere presente anche l’opinione e il punto di vista di chi normalmente non riceverebbe la giusta risonanza delle proprie parole. Riportiamo, infatti, una interessante intervista (di C. Ludovici) al mons. Paglia il quale si esprime con voce lucidissima sull’argomento badanti.
Gli anziani e la cura di questi rappresentano temi per Lei particolarmente cari e attuali, soprattutto alla luce delle drammatiche carenze evidenziate dalla pandemia. Quando e come gli anziani sono diventati – per dirla nel peggiore dei modi – “un problema”?
Se mi consente le rovescio i termini: quando l’assistenza è diventata un drammatico problema per gli anziani? Le rispondo che la pandemia ha svelato in modo impietoso quanto era già chiaro prima a chi si interessava degli anziani: viviamo in un sistema totalmente sbilanciato verso le cure residenziali, case di riposo e Rsa, che peraltro riescono ad assistere poche centinaia di migliaia di disabili, mentre l’orizzonte epidemiologico di anziani con problemi di mobilità, di perdita delle capacità di svolgere attività della vita quotidiana, di barriere architettoniche, sono milioni! E vivono tutti a casa.
La pandemia ha rivelato che questa costruzione assistenziale, evidentemente priva di un pensiero strategico, è crollata coi primi venti, vittima certamente del coronavirus ma anche della intrinseca insostenibilità dell’approccio residenziale inteso come unico supporto offerto dal sistema.
Quali sono le principali criticità nell’attuale sistema di vita e di cura degli anziani non autosufficienti?
Quel che le accennavo, il monopolio “residenziale”. Che non solo non coglie le dimensioni del problema, ma non contempla un insieme minimo di condizioni che aiuterebbe tanto chi è anziano a vivere e rimanere presso la propria abitazione. L’indagine Istat rivela inoltre che almeno 1, 2milioni di over 75 vivono a casa con gravi difficoltà motorie e senza aiuto alcuno e di questi 1 milione vivono soli o con il proprio coniuge anziano.
Il supporto sociale per costoro è la vera “cura” che dobbiamo offrire, senza medicalizzare tutto ma con la intelligenza di offrire una valutazione, un monitoraggio, un minimo di compagnia, di aiuto domestico nelle pulizie, nella spesa, nell’alimentazione, nella introduzione di un digitale capace di mettere in comunicazione e di prevedere emergenze e difficoltà. Senza di questo la vita di un anziano costretto in casa dalle proprie difficoltà diverrà un declino inarrestabile verso il pronto soccorso, i ricoveri, la istituzionalizzazione.
Lei ama parlare dell’urgenza di un “nuovo Umanesimo”: in questo contesto, quale dovrebbe essere il posto degli anziani? E che ruolo dovrebbe avere e riconquistare la famiglia nei confronti di questi?
Com’è noto in questi ultimi decenni è sorto un vero “nuovo popolo di anziani”. Si tratta di decine di milioni di persone. In Italia gli ultrasessantacinquenni sono 14 milioni. E’ un frutto straordinario del progresso permettere di vivere venti, trenta anni più rispetto alle generazioni passate. Ma il problema è che non si sa bene per fare cosa e soprattutto come viverli. La vecchiaia è sentita come un naufragio. C’è bisogno di una nuova visione antropologica, appunto, di un nuovo umanesimo, che aiuti a comprendere e quindi a dare un senso a questi lunghi anni da vivere. Potremmo dire che si tratta di “inventare” la vecchiaia per questo nostro tempo.
Nel suo recente dialogo con Luigi Manconi (“Il senso della vita”, Einaudi 2021), in cui dense pagine sono dedicate al tema degli anziani, questi avverte che una maggiore presa in carico da parte della famiglia nei confronti dei suoi anziani rischia di portare a un sacrificio del ruolo sociale e professionale della donna. Come si potrebbe evitare questo?
Fa parte della nuova visione umanistica anche la scoperta dei diritti degli anziani e dei doveri della società verso di loro, dell’intera società e non solo delle singole famiglie. Il piano che abbiamo presentato al Presidente Draghi prevede, ad esempio, la creazione di una rete di relazioni nel quartiere, per evitare la solitudine degli anziani, oltre che l’impiego di nuovi operatori socio-sanitari che se ne prendano cura e che siano di aiuto alle famiglie, permettendo alle donne di non rinunciare al lavoro. Si prevedono un numero adeguato di “centri diurni” per permettere la semiresidenzialità della cura.
Sempre nel Suo dialogo con Manconi, questi afferma che, per garantire agli anziani adeguata assistenza ed evitare che si ripetano gli errori commessi, bisognerebbe tra l’altro aumentare i posti in Rsa. Lei cosa ne pensa?
Penso che occorre, al contrario, bilanciare aumentando sostanzialmente l’assistenza domiciliare. Regioni e cittadini spendono annualmente 12 miliardi per le sole Rsa. Per la Adi, necessaria a milioni di anziani, si stima non si arrivi ai 2 miliardi. Non mi sembra ci sia altro da aggiungere.
Le badanti, altro pilastro dell’attuale sistema di assistenza agli anziani, tuttavia lavorano spesso in condizioni di sfruttamento e sofferenza. Cosa suggerisce per loro?
Gli assistenti familiari vanno formati, certamente per la lingua, gli usi e la cultura del nostro paese, vanno monitorati ma anche garantiti, resi visibili in un processo di emersione non solo fiscale, ma anche umano e civile.
L’assistenza domiciliare professionale, quella che dovrebbe essere garantita dal sistema socio-sanitario, ha svelato tutte le sue debolezze e insufficienze. Come crede che dovrebbe, questa, essere rinforzata e potenziata?
Certamente esiste un imbuto formativo di dimensioni drammatiche che riguarda medici, infermieri ma anche e soprattutto i cosiddetti Operatori socio sanitari (Oss). Stimiamo che la nostra riforma richiederebbe almeno 100 mila posti di lavoro solo per questa figura professionale. Esiste anche però un altro problema, quello di rovesciare una prospettiva: la carriera di chi va a casa delle persone implica disagi e responsabilità di gran lunga maggiori di chi risiede in una struttura e come tale va promossa e incentivata economicamente e previdenzialmente, in un contesto assistenziale di alto livello e con possibilità di carriera autonome.
https://www.badanteromaaes.it/wp-content/uploads/2021/05/aes-domiclio-genitori-figli-badante-colf-Lecco.jpg5271000Aes Domiciliohttps://www.badanteromaaes.it/wp-content/uploads/2023/05/Badante-Roma.pngAes Domicilio2021-09-22 16:42:282021-09-24 16:43:20“Meno RSA e più servizi!”, l’indagine ISTAT su Roma
Il lavoro domestico cambia nazionalità. Oggi le nostre connazionali rappresentano il 24,3% del totale delle assistenti familiari che nel complesso sono aumentate – secondo i dati Inps – da 310 a 438mila.
Nel Rapporto 2021 dell’Osservatorio Domina emerge come nelle regioni del Sud e nelle isole le italiane siano oltre 30% del totale arrivando al 72,4% in Sardegna. Nel nostro Paese le cosiddette “badanti”, ovvero gli assistenti familiari, sono figure in costante aumento. Questo anche a causa dei mutamenti socio-economici e demografici in corso. A certificarlo l’Inps che nel periodo 2011-2020 vede questi lavoratori, ma soprattutto lavoratrici passare da 310mila e 438mila, con un aumento del 41%.
Da un’anticipazione del Rapporto 2021 sul lavoro domestico redatto dall’Osservatorio Domina emerge che, se le donne straniere rappresentano la componente più numerosa (67,5%), negli ultimi anni sono cresciute sensibilmente le donne italiane (triplicate, da 36mila a 106 mila) e oggi rappresentano il 24,3% del totale “badanti”. Inoltre, se consideriamo l’incremento di badanti registrato tra il 2011 e il 2020 (+127mila), esso è dipeso per oltre la metà dalle donne italiane (+70mila), mentre le donne straniere hanno contribuito all’incremento per il 33,4% (+43mila).
Alla base di questa situazione possono esserci diversi fattori: innanzitutto al Sud vi è una minore presenza straniera, per cui l’offerta di manodopera per quel tipo di mansione è ricoperta maggiormente dagli autoctoni. Inoltre, vi sono evidentemente meno opportunità di lavoro per le donne italiane, per cui il lavoro domestico diventa uno sbocco preferenziale. Infine, evidentemente giocano un ruolo anche la struttura demografica e l’organizzazione familiare.
Secondo Lorenzo Gasparrini, Segretario Generale di Domina, «la professionalizzazione del lavoro domestico, in particolare dell’assistenza familiare, entra piano piano tra le scelte professionali delle famiglie italiane. Oggi in Italia sono oltre 100mila badanti italiane e questa componente risulta maggioritaria in molte Regioni, specie al Sud. Negli ultimi dieci anni la componente di donne italiane è triplicata, sia per ragioni socio-economiche che per una nuova organizzazione del lavoro e della famiglia».
Confrontando le caratteristiche delle badanti italiane e straniere, l’Osservatorio Domina evidenzia poi altre informazioni interessanti. Per quanto riguarda la classe d’età, le italiane risultano mediamente più giovani (48,7 anni, rispetto ai 51,8 delle straniere). In particolare, tra le straniere, il 27% ha più di 60 anni, mentre tra le italiane questa quota scende al 17%. Le badanti con meno di 30 anni, invece, rappresentano il 9% tra le italiane e solo il 3% tra le straniere.
Ancora più ampio è il divario tra badanti italiane e straniere relativamente all’orario medio settimanale: le italiane lavorano mediamente 22,7 ore settimanali, contro le 38,3 ore delle straniere. In particolare, tra le straniere il 48,2% lavora più di 40 ore settimanali, mentre tra le italiane si scende al 12,0%. Al contrario, tra le italiane il 44,4% lavora meno di 20 ore settimanali, contro l’8,3% delle straniere.
https://www.badanteromaaes.it/wp-content/uploads/2021/02/anziani-badanti-conviventi-domicilio.jpg6671000Aes Domiciliohttps://www.badanteromaaes.it/wp-content/uploads/2023/05/Badante-Roma.pngAes Domicilio2021-09-20 15:45:052021-09-24 15:47:18Roma: le badanti italiane sono sempre più numerose
Parla di “enorme vuoto legislativo” l’immunologa Antonella Viola, che lancia un appello affinché anche per queste categorie professionali, come già per gli operatori sanitari e delle Rsa, sia esteso l’obbligo vaccinale e la certificazione verde per lavorare.
Dall’immunologa Antonella Viola arriva un appello affinché obbligo vaccinale e green pass valgano anche per badanti e colf che si occupano delle persone più fragili.
Con un post su Facebook, Viola ha puntato il dito contro uno dei paradossi su cui si è concentrata l’attenzione negli ultimi giorni, ossia la questione del green pass per colf e badanti: per queste categorie professionali infatti non esiste al momento alcun obbligo di vaccinazione né di esibire il green pass ai datori di lavoro. Viola mette in guardia contro quello che definisce “un enorme vuoto legislativo” sul tema della vaccinazione “nelle persone che operano nelle case di migliaia di italiani, spesso prendendosi cura proprio dei più fragili”. Denuncia l’immunologa dell’università di Padova su Facebook: “Mentre gli operatori sanitari e delle Rsa sono giustamente obbligati alla vaccinazione, il personale delle agenzie che si occupano della cura (badanti e colf) non solo non è tenuto a vaccinarsi, ma non ha neppure l’obbligo di green pass per lavorare. Nessun controllo è previsto per queste categorie e mi sono stati segnalati diversi casi di anziani contagiati attraverso i badanti”.
“Le famiglie sono impotenti – osserva – perché si sentono rispondere dalle agenzie che la legge non lo richiede”. Da Viola infine arriva un appello “affinché l’obbligo vaccinale o il Green pass sia esteso anche a queste categorie di lavoratori, che entrano ogni giorno nelle case degli italiani e sono a contatto con pazienti anziani e malati”.
Tra i lavoratori domestici censiti dall’Inps (circa due milioni), 437mila prestano assistenza ad anziani e a persone non autosufficienti, per età o per patologia, anche in regime di convivenza (badanti conviventi o colf conviventi). “Il problema è che la questione riguarda un rapporto tra privati, quindi non è facile da gestire”, ha dichiarato nelle scorse settimane il sottosegretario alla Salute, Andrea Costa.
Su questo tema era intervenuto anche Andrea Zini, presidente di Assindatcolf (Associazione dei datori di lavoro domestico): “La nostra posizione su green pass e vaccini è abbastanza netta. In caso di rapporto diretto, non intermediato da agenzie, le famiglie hanno tutto il diritto di pretendere la vaccinazione anti covid dal lavoratore da assumere o da quello già in servizio, vista la tipologia delle mansioni svolte e i rischi specifici che possono derivare per il datore e per i suoi familiari. Altrimenti – aveva chiarito Zini -, se il lavoratore non vuole vaccinarsi o rinnovare il green pass quando necessario, nel settore domestico è possibile sciogliere il rapporto di lavoro in modo libero, senza alcuna giustificazione”.
https://www.badanteromaaes.it/wp-content/uploads/2021/06/Vaccini-Covid-Roma-badanti-colf.jpg6671000Aes Domiciliohttps://www.badanteromaaes.it/wp-content/uploads/2023/05/Badante-Roma.pngAes Domicilio2021-09-18 15:20:252021-09-24 15:24:51Roma, si va verso l’obbligatorietà dei vaccini alle badanti?
L’Assegno per il Nucleo Familiare (ANF), con le maggiorazioni introdotte per il periodo ponte dal 1° luglio al 31 dicembre 2021, è destinato anche a colf, badanti conviventi e bandati ad ore, più i lavoratori domestici in genere (italiani, comunitari ed extracomunitari che lavorano in Italia).
L’assegno, a differenza di quanto avviene per la quasi totalità dei lavoratori subordinati, viene erogato direttamente dall’INPS. L’importo è calcolato in base alla contribuzione di lavoro domestico, alla tipologia e al numero dei componenti del nucleo familiare e ai redditi conseguiti dal nucleo familiare. A chi spetta l’ANF e come presentare domanda?
Il decreto legge n. 79/2021, convertito con modificazioni dalla legge n. 112/2021, che ha introdotto l’assegno temporaneo come misura sperimentale dal 1° luglio al 31 dicembre 2021, ha innalzato il valore mensile dell’ANF per il medesimo periodo per un valore di 37,50 euro per ciascun figlio per i nuclei familiari fino a due figli e di 55,00 euro per i nuclei familiari di almeno tre figli.
Tra i destinatari della misura vi sono anche i lavoratori domestici, per i quali l’INPS applicherà l’aumento in automatico al momento della liquidazione dell’importo spettante a seguito della presentazione della domanda ANF. La disciplina sul rapporto di lavoro domestico si applica quando il lavoratore, anche straniero, presta la propria opera, a qualsiasi titolo, per il funzionamento della vita familiare (art. 1 della legge n. 339/58).
La norma fa rientrare nel novero della disciplina del lavoro domestico quei rapporti di lavoro concernenti gli addetti ai servizi domestici che prestano la loro opera, continuativa e prevalente, di almeno 4 ore giornaliere presso lo stesso datore di lavoro, con retribuzione in denaro o in natura.
Si intendono per addetti ai servizi personali domestici i lavoratori di ambo i sessi che prestano a qualsiasi titolo la loro opera per il funzionamento della vita familiare, sia che si tratti di personale con qualifica specifica, sia che si tratti di personale adibito a mansioni generiche. Sono pertanto lavoratori domestici coloro che prestano un’attività lavorativa continuativa per le necessità della vita familiare del datore di lavoro come ad esempio colf, assistenti familiari o baby sitter, governanti, camerieri, cuochi ecc.. Rientrano in questa categoria anche i lavoratori che prestano tali attività presso comunità religiose (conventi, seminari), presso caserme e comandi militari, nonché presso le comunità senza fini di lucro, come orfanotrofi e ricoveri per anziani, il cui fine è prevalentemente assistenziale.
La categoria dei lavoratori domestici comprende quindi tutti i lavoratori che svolgono esclusivamente attività lavorativa nelle abitazioni di terze persone per il soddisfacimento delle esigenze domestiche.
La prestazione dei domestici, riconducibile al rapporto di lavoro della generalità dei lavoratori subordinati, deve:
avere continuità (cioè non essere puramente occasionale: art. 1 L. 339/58);
essere resa all’interno dell’abitazione del datore di lavoro;
rispondere a un bisogno personale del datore di lavoro, legato al funzionamento della vita familiare (e non dell’attività istituzionale e professionale).
Nucleo familiare
La composizione del nucleo familiare ai fini ANF è disciplinata dal comma 6 dell’art. 2 del D.L. n. 69/88 e di rimando, per quanto non espressamente previsto da questi, dal D.P.R. n. 797/55 (nello specifico, per il nucleo familiare, all’art. 4).
Sulla scorta di questa disciplina, come chiarito e ricostruito anche dall’INPS, possiamo desumere e affermare che il nucleo familiare dell’avente diritto all’ANF può essere formato da:
il richiedente lavoratore o il titolare della pensione;
il coniuge/parte di unione civile che non sia legalmente ed effettivamente separato o sciolto da unione civile, anche se non convivente, o che non abbia abbandonato la famiglia. Gli stranieri residenti in Italia, poligami nel loro paese, possono includere nel proprio nucleo familiare solo la prima moglie, se residente in Italia;
i figli ed equiparati di età inferiore a 18 anni, conviventi o meno;
i figli ed equiparati maggiorenni inabili, purché non coniugati, previa autorizzazione;
i figli ed equiparati, studenti o apprendisti, di età superiore ai 18 anni e inferiore ai 21 anni, purché facenti parte di «nuclei numerosi», cioè nuclei familiari con almeno quattro figli tutti di età inferiore ai 26 anni, previa autorizzazione;
i fratelli, le sorelle del richiedente e i nipoti (collaterali o in linea retta non a carico dell’ascendente), minori o maggiorenni inabili, solo se sono orfani di entrambi i genitori, non hanno conseguito il diritto alla pensione ai superstiti e non sono coniugati, previa autorizzazione;
i nipoti in linea retta di età inferiore a 18 anni e viventi a carico dell’ascendente, previa autorizzazione.
L’assegno al Nucleo Familiare per i lavoratori domestici comunitari spetta per i familiari residenti in Italia o all’estero, mentre per i lavoratori domestici extracomunitari (esclusi quelli con contratto di lavoro stagionale) spetta l’ANF:
solo per i familiari residenti in Italia, nel caso in cui il paese di provenienza del lavoratore straniero non abbia stipulato con l’Italia una convenzione in materia di trattamenti di famiglia;
anche per i familiari residenti all’estero, nel caso in cui il paese di provenienza del lavoratore straniero abbia stipulato con l’Italia una convenzione in materia di trattamenti di famiglia;
anche per i familiari residenti all’estero, nel caso in cui il lavoratore straniero, anche se il suo paese non è convenzionato con l’Italia, abbia la residenza legale in Italia e sia stato assicurato nei regimi previdenziali di almeno due Stati membri.
Due sentenze della Corte di Giustizia Europea del 2019 (cause C-302/2019 e C-303/2019) hanno riconosciuto inoltre il diritto all’ANF anche ai soggiornanti di lungo periodo in Italia che abbiano i familiari residenti in un Paese terzo: questa decisione i basa sul diritto alla “parità di trattamento” dei cittadini contenuta nella direttiva europea 2003/109/CE.
Reddito familiare
È costituito dalla somma dei redditi del richiedente e degli altri soggetti componenti il suo nucleo familiare.
Nella definizione del suo ammontare ai fini della determinazione dell’assegno spettante, concorrono a formare il reddito familiare:
i redditi assoggettabili all’IRPEF compresi quelli a tassazione separata (esempio: arretrati anni precedenti; indennità sostitutiva di preavviso; liberalità di fine rapporto);
i redditi prodotti all’estero che, se prodotti in Italia, sarebbero stati assoggettati all’Irpef;
i redditi di qualsiasi natura anche quelli esenti da imposta o soggetti a ritenuta alla fonte a titolo di imposta o a imposta sostitutiva;
il reddito dell’abitazione principale al lordo della deduzione prevista dalla legislazione tributaria;
i redditi soggetti a imposta sostitutiva del 10%.
ANF: importo 2021
L’importo dell’ANF per i lavoratori domestici 2021 è calcolato in base:
alla contribuzione di lavoro domestico;
alla tipologia e al numero dei componenti del nucleo familiare;
ai redditi conseguiti dal nucleo familiare.
In caso di domanda per periodi pregressi deve essere inviata una richiesta per ogni anno e gli eventuali arretrati spettanti vengono corrisposti entro cinque anni, secondo il termine di prescrizione quinquennale.
https://www.badanteromaaes.it/wp-content/uploads/2021/09/badante-colf-assegni-familiari-roma.jpg6671000Aes Domiciliohttps://www.badanteromaaes.it/wp-content/uploads/2023/05/Badante-Roma.pngAes Domicilio2021-09-16 14:42:442021-09-24 14:43:08Assegni familiari a Roma: un bonus per badanti e colf
In base a quanto stabilito dal DPCM del 17 marzo 2020 all’art. 26 in merito alla malattia coronaviruscolf e badanti, per i lavoratori costretti a quarantena con sorveglianza attiva o in permanenza domiciliare fiduciaria (in quanto risultati positivi al covid-19 o in condizioni sanitarie di rischio), tale periodo di quarantena è equiparato al ricovero ospedaliero, ovvero alla malattia ordinaria e quindi retribuito.
Per i periodi di quarantena il medico curante dovrà redigere il certificato di malattia con gli estremi del provvedimento che ha dato origine alla quarantena stessa, sia che la quarantena sia soltanto preventiva, che per effettivo contagio. Una volta ricevuto tale certificato medico, il datore di lavoro potrà indicare nell’inserimento mensile la causale MC di Malattia covid-19 per TUTTI i giorni di calendario compresi nel certificato, siano essi giorni lavorativi, non lavorativi o domeniche.
Il periodo di malattia indicato con MC non dovrà essere conteggiato ai fini della conservazione del posto di lavoro quindi non é possibile licenziare la collaboratrice in malattia covid. Il datore di lavoro potrà fare richiesta all’ente previdenziale affinché le spese a suo carico per il periodo di malattia da covid-19 siano sostenute dallo Stato.
Per sostenere tali oneri, lo Stato rispetterà il limite massimo di spesa di 130 milioni di euro per il 2020; una volta raggiunto il limite di spesa prestabilito, gli enti previdenziali non prenderanno in considerazione ulteriori domande. Non sono ancora state rese note le modalità per effettuare la richiesta all’ente previdenziale; siamo in attesa di ulteriori specifiche nella legge di conversione o in successivi provvedimenti normativi.
https://www.badanteromaaes.it/wp-content/uploads/2021/09/badante-covid-roma-malattia.jpg6671000Aes Domiciliohttps://www.badanteromaaes.it/wp-content/uploads/2023/05/Badante-Roma.pngAes Domicilio2021-09-14 15:29:082021-09-14 15:29:08Roma, badante in malattia per coronavirus? Cosa dice la legge
La NASPI è la nuova indennità di disoccupazione per i lavoratori domestici che spetta a tutte le colf e lebadanti assunte con un contratto regolare che perdono il lavoro involontariamente. Quest’indennità di disoccupazione è stata introdotta con la riforma del lavoro, cd. Jobs Act del governo Renzi e sostituisce i precedenti ammortizzatori sociali ASPI e mini ASPI della riforma Fornero.
La nuova NASPI 2020 offre un sostegno al reddito dei lavoratori dipendenti che perdono involontariamente il proprio posto di lavoro
Proroga domanda decreto Cura Italia
Il decreto Cura Italia appena varato dal governo Conte per far fronte all’emergenza sanitaria Covid 19 ha prorogato i termini per presentare le domande di disoccupazione INPS 2020 NASPI e DIS-COLL. Per tutti i lavoratori domestici che hanno perso involontariamente il posto di lavoro a causa dell’emergenza Coronovirus tra il 1 gennaio 2020 e fino al 31 dicembre 2020, i termini di decadenza previsti sono ampliati da 68 a 128 giorni.
Requisiti NASPI 2020
L’entrata in vigore della riforma del mercato del lavoro con il cd. Jobs Act ha modificato i requisiti per potere beneficiare del sussidio di disoccupazione NASPI. I requisiti 2020 per Colf e Badanti sono:
Licenziamento involontario
Contribuzione versata: almeno 13 settimana di contributi versati negli ultimi 4 anni
Aver lavorato almeno 5 settimane negli ultimi 12 mesi
Come fare il calcolo delle ore lavorate
Partendo dal fatto che 30 giorni di lavoro sono pari a 5 settimane da 6 giorni e che ogni settimana per essere considerata utile ai fini contributivi deve avere almeno 24 ore, per capire se abbiamo diritto alla Naspi, il calcolo da fare è il seguente: somma delle ore dei mav pagati degli ultimi 4 trimestri : 24 ore = settimane contributive degli ultimi 12 mesi. Il requisito è soddisfatto quando le settimane risultano almeno 5. Per esempio, se nei mav risulta un totale di ore degli ultimi 12 mesi di 624 ore, poichè 624:24=26 settimane contributive significa che possiamo richiedere la Naspi.
Come si calcola l’importo NASPI colf badanti?
L’importo mensile NASPI che spetta a colf e badanti è determinato dalla retribuzione degli ultimi 4 anni. Per il 2020 l’importo massimo della NASPI non può superare i 1.335,40 euro al mese. La durata del sussidio di disoccupazione dipende dal numero di mesi di contributi versati: è corrisposta per un numero di settimane pari alla metà delle settimane di contribuzione degli ultimi quattro anni, fino ad un massimo di 24 mesi. A partire dal 91 giorno di disoccupazione in poi, il sussidio di disoccupazione diminuisce del 3% ogni mese. Per conoscere con esattezza l’importo mensile della NASPI e la durata del sussidio, vai al sito dell’INPS sezione “Tutti i servizi” – “Nuova Assicurazione sociale per l’impiego ( NASpI): consultazione domande” e inserire le tue credenziali (PIN O SPID).
Come fare domanda
Colf e badanti possono fare domanda di disoccupazione NASPI entro 128 giorni dalla data di cessazione del lavoro, utilizzando uno dei seguenti canali:
direttamente sul sito dell’INPS se si possiede il codice PIN
telefonando al numero verde dell’INPS 8031664 se si chiama dal fisso o 06164164 se da cellulare
https://www.badanteromaaes.it/wp-content/uploads/2021/03/calcolo-ferie-busta-paga-badante-Como.jpg6671000Aes Domiciliohttps://www.badanteromaaes.it/wp-content/uploads/2023/05/Badante-Roma.pngAes Domicilio2021-09-12 14:54:052021-09-14 14:56:37La disoccupazione e la badante: un approfondimento su Roma
Noi di AES DOMICILIO siamo alla continua ricerca di testimonianze che possano riqualificare la figura della badante; anche soprattutto quelle testimonianze che provengono dalla viva voce delle badanti conviventi o badanti ad ore, e non troppo filtrate dai canali di comunicazione o di impietosimento da salotto giornalistico. È per questo che l’affresco che ci offre la giornalista Ngisci sulla vita di “Mantra” (pseudonimo che qui adotteremo per tutelare la privacy) ci sembra un’ottima occasione per divulgare un esempio di riscatto e di vita, utile a chiunque.
È colmo di riconoscimento il cuore di Mantra, che ha fatto la badante per tre anni appena arrivata in Romagna e che poi è riuscita a prendere in mano la sua vita e a vedere realizzare la promessa dei suoi genitori: “Studia perché un giorno avrai molto più di noi”. Così le dicevano quando era piccola. Mantra , 59 anni, rumena, che vive e lavora a Faenza, arriva a Forlì nel 1993 per raggiungere suo fratello, dopo un lungo periodo di difficoltà vissuto nel suo paese: «Sotto la dittatura di Ceausescu – racconta Mantra – ai laureati venivano assegnati tre anni di lavoro senza poter scegliere dove andare. Io che avevo studiato ingegneria tessile, mi ritrovai insieme a mio marito ad Abrud, un paese tra le montagne a 12 ore di macchina dalla nostra città, Iasi, al confine con la Moldavia. Dopo solo 10 mesi nacque il nostro primo figlio e fummo costretti a fare i pendolari per andare a trovarlo mentre viveva con i nonni”.
Per fortuna, prosegue Mantra, il datore di lavoro si mostrò molto comprensivo. «Ogni due o tre mesi mi organizzava un viaggio di lavoro, come delegata della fabbrica, e così potevo tornare da mio figlio. Ricordo lo strazio di quel periodo. Rulesco, il nostro primogenito, era nato con il labbro leporino, da allora ha affrontato ben 12 interventi, di cui 4 in Ucraina. Dopo aver partorito, piangevamo giorno e notte, non c’era modo di dargli il latte, lo facevamo con un cucchiaio, ma ne ingeriva poco. Un’assistente sociale era venuta a casa nostra a dirci che se gli fosse successo qualcosa, sarei andata in galera. Era così al tempo di Ceausescu, se i figli morivano era per negligenza tua».
Finiti i tre anni, Mantra e suo marito si trasferiscono in un’altra città romena, Dorohoi. Lei trova lavoro in un’altra industria tessile e lui nelle Ferrovie: «Inizialmente stavamo benissimo, vivevamo come signori, ma poi nel 1989 scoppiò la Rivoluzione e con la caduta di Ceaucescu vedemmo sgretolare tutto quello che avevamo costruito insieme al resto del Paese. Un giorno venni chiamata in direzione e mi dissero che in quanto responsabile del reparto e considerata la situazione di crisi che stavamo vivendo, dovevo dire a 3 dei 12 dipendenti che non ero soddisfatta del loro lavoro e che dal giorno dopo, sarebbero rimasti a casa. Era un ordine, un ordine militare, ma la mia coscienza si rifiutò di obbedire. Gli proposi allora di organizzare un concorso interno: chi non l’avesse superato, avrebbe perso il posto. Loro mi risposero che avrebbero organizzato la selezione, ma che dopo quei tre dipendenti, a perdere il posto sarei stata io”.
Intanto anche il marito di Mantra era stato licenziato. «Quello che ci ha salvato è stata la mia seconda gravidanza, prima che mi licenziassero scoprii di essere nuovamente incinta e, a causa di alcune minacce di aborto, il dottore mi mise in maternità anticipata».
In un modo e nell’altro la coppia resiste unita in Romania fino al 1993: «A un certo punto non c’era più nulla da mangiare. Mi ricordo che avevamo patate grandi come noci, piselli, e una porzione di pane al giorno. Mio marito cominciò a cercare lavoro anche in altri paesi come Austria, Russia, ex Yugoslavia. Niente da fare. Allora gli dissi che ci avrei pensato io».
Mantra, con l’aiuto di suo fratello, prende la patente, studia l’italiano mentre è incinta del suo terzo figlio e quando questo ha nove mesi parte per l’Italia, sapendo che avrebbe fatto la badante. Ero arrabbiata, disperata, amareggiata. Sentivo tutto così ingiusto. Le parole dei miei genitori “studia, studia che diventerai qualcuno” mi si rivoltarono contro. Il mio cuore diventò di ghiaccio. Quel giorno lasciai i miei figli senza versare neanche una lacrima, perché ero così vigile e determinata che sapevo che ce l’avrei fatta, soprattutto per loro. Mantra arriva in Romagna dopo un faticoso viaggio durato tre giorni: «Il biglietto mi era costato all’incirca 700 dollari, soldi che avevo preso in prestito, e se consideriamo che uno stipendio come il mio in Romania si aggirava intorno ai 100, non potevo proprio permettermi di sbagliare».
Dopo neanche due settimane dal suo arrivo, comincia a lavorare per due anziani signori: «Mi presi cura di una “nonnina“ malata di Alzheimer e del marito che aveva una paralisi alla parte destra del corpo. Ricordo che se accompagnavo lui in bagno, lei scappava di casa; e se invece stavo dietro a lei, lui combinava un disastro mentre tentava di prendersi cura di sé. È stato un periodo difficile, ma che mi ha insegnato e dato tanto. Scelsi la situazione più difficile, perché non volevo rischiare nulla, sapevo quello che si diceva delle donne dell’Est e di come molte di loro erano state ingannate».
Dopo un anno e mezzo Mantra ottiene il nulla osta per ricongiungersi con suo marito e dopo 5 anni arrivano anche i loro tre figli: «Mi ricordo di una sera in cui avevamo finito di lavorare ed eravamo di ritorno dalla spesa. Mi prese una malinconia così forte che mi sentii morire. Non facevo altro che pensare ai nostri bambini. Riuscivamo ad andare a trovarli una o due volte all’anno. Ogni volta che andavamo via, e chiamavamo dopo 10 ore di viaggio prima di uscire dalla dogana dell’Ungheria, Adriana, la nostra seconda figlia, piangeva ancora. Era uno strazio per tutti. Il piccolo si era inserito bene a casa della zia, dove risiedevano, mentre il grande faceva buon viso a cattivo gioco».
In quegli anni, Mantra trascorre il suo tempo libero leggendo libri in italiano e trascrivendo le parole sconosciute su un quaderno, grazie a una vicina di casa che le presta dei romanzi: «Un giorno accadde una cosa che mi cambiò la vita. Avevo cominciato a frequentare un corso di italiano per stranieri tenuto da volontari e all’ultimo incontro espressi le mie considerazioni e i miei ringraziamenti. Venni notata da una professoressa di francese (si potevano imparare più lingue, io studiavo anche inglese) che dopo aver saputo che non potevamo far venire qui i nostri figli, perché i requisiti necessari erano una casa da 90 metri quadri e una denuncia dei redditi da 27 milioni, ci aiutò a trovare un nuovo lavoro. Io e mio marito diventammo i custodi di uno stabilimento, dove io lavoravo anche come macellaia”.
Comincia così una nuova tappa della sua vita e dopo tre anni arrivano finalmente i bambini: “Il mio è stato un bel percorso, costellato di incontri fortunati”. Ma la caparbietà di Mantra non si esaurisce: “Dopo qualche anno a sviscerare polli e tacchini che mi procurarono dolori lancinanti al braccio e alla spalla, mi metto a cercare un altro impiego. Approdo a un Sindacato che mi indirizza al Settore Sanitario, proprio perché mi ero presa cura precedentemente di due persone anziane. Entro così in una Cooperativa di Faenza e comincio a fare l’assistente in una casa di riposo e nel 2004 ottengo la riqualifica per diventare operatore socio-sanitario”.
Oggi, Mantra lavora come OSS in una casa di cura di Faenza e ci tiene a ringraziare tutti i suoi colleghi e gli ospiti che la riempiono quotidianamente di affetto. L’azienda di suo marito è fallita a causa del Covid. Rulesco, Adriana e Iulian, ormai grandi, si stanno costruendo un futuro.
Mio marito e io siamo come le rocce, i fulmini e gli altri agenti atmosferici le macinano un po’, ma rimaniamo sempre dei colossi. Avevano ragione i miei genitori, valeva la pena studiare. Io ce l’ho fatta. Nella vita ci sono riuscita alla grande!
https://www.badanteromaaes.it/wp-content/uploads/2021/09/badante-Roma-storie-Aes-Domicilio.jpg6671000Aes Domiciliohttps://www.badanteromaaes.it/wp-content/uploads/2023/05/Badante-Roma.pngAes Domicilio2021-09-10 14:24:472021-09-14 14:25:08Fare la badante a Roma: la storia di Mantra
Una cosa che probabilmente ogni lavoratore domestico sa, che sia una badante piuttosto che una baby sitter, una colf piuttosto che un giardiniere, è che il bonus Irpef spettante come per tutti i lavoratori dipendenti, non si riceve in busta paga.
Infatti ai lavoratori domestici, o meglio, ai collaboratori familiari come si chiamano oggi dopo il rinnovo del CCNL di categoria, il bonus è fruibile solo tramite dichiarazione dei redditi.
Oggi puntiamo la lente sulle due tipologie di dichiarazioni dei redditi utilizzabili. Il modello 730 ed il modello Redditi PF (ex modello Unico Persone Fisiche). Due modelli di dichiarazione che hanno lo stesso risultato, ma con tempi di liquidazione differenti. E per le badanti piuttosto che per le colf, questo può fare tutta la differenza del mondo. Infatti per ricevere il bonus Irpef spettante occorre fare presto perché dopo il 30 settembre il modello 730 non sarà più utilizzabile.
Il bonus Irpef è quello strumento che ha sostituito il Bonus Renzi dal primo luglio 2020. La natura dei due bonus è identica. Ciò che cambia è l’importo del beneficio per i lavoratori dipendenti e i requisiti per ottenerlo. Per i collaboratori familiari il bonus è spettante anche se non erogato in busta paga dal datore di lavoro mensilmente, dal momento che proprio il datore di lavoro domestico non è sostituto di imposta.Una volta presentata la dichiarazione dei redditi, che può essere fatta da soli con Spid (Sistema Pubblico di Identità Digitale), CNS (Carta Nazionale dei Servizi) o CIE (Carta di identità elettronica), o tramite Patronati, Caf e professionisti abilitati, il bonus Irpef viene erogato al lavoratore domestico direttamente dall’Agenzia delle Entrate.
Per gli amanti del fai da te, se non si ha lo Spid ma si ha la CNS o la CIE, occorre munirsi di un lettore di queste tessere magnetiche che danno accesso ai servizi digitali delle Entrate. Utilizzando il proprio Centro di Assistenza Fiscale, il proprio Patronato o altro professionista abilitato, l’operazione è senza dubbio più facile. L’operatore preposto all’assistenza del lavoratore, alla fine della dichiarazione, se esce un credito per il lavoratore, come nel caso del bonus Irpef, rilascerà il modello da presentare alle Entrate per comunicare l’Iban del proprio conto corrente o della propria carta di credito o debito.
Tramite Iban, a seguito di utilizzo del modello 730, il bonus viene erogato già entro dicembre 2021. Senza Iban e quindi senza accredito diretto in conto corrente, il benefit arriva tramite vaglia della Banca d’Italia o tramite bonifico postale domiciliato. In entrambi i casi l’attesa è più lunga, perché le Entrate erogano il rimborso entro il marzo successivo.
Se si perde il treno del 730, perché si supera il 30 settembre prossimo senza utilizzarlo, la strada alternativa si chiama modello Redditi PF. Ma in questo caso l’attesa supera l’anno dalla data di presentazione della dichiarazione.
Solo per l’anno 2020, anno di imposta su cui devono recuperare il bonus i lavoratori del settore domestico con le dichiarazioni dei redditi del 2021, il bonus Irpef è diviso in due semestri. I primi sei mesi danno diritto a ricevere il bonus Renzi da 80 euro al mese, sempre che fosse spettante. I secondi sei mesi del 2020 invece sono coperti dal bonus Irpef da 100 euro al mese, anche in questo caso, sempre se spettante.
Pertanto ci sarebbe da recuperare, per chi ha lavorato per tutto l’anno 2020, 480 euro per i primi sei mesi e 600 euro per i secondi sei mesi, cioè in totale, 1.080 euro. Dal 2021, con il taglio del cuneo fiscale ormai a regime, il bonus è pari a 1.200 euro.
Per aver diritto al bonus Renzi per i primi 6 mesi del 2020, occorre avere un determinato reddito. Infatti il bonus è pari a:
80 euro al mese per i lavoratori dipendenti con redditi sopra 8.174 e fino a 24.600 euro;
Da 80 euro a scalare per lavoratori con redditi superiori a 24.600 ed entro il tetto massimo di 26.600 euro.
Chi sta al di sotto del limite di reddito minimo previsto o chi sta sopra, non ha diritto al bonus. Il bonus è commisurato ai mesi di effettivo lavoro, pertanto, per chi ha lavorato meno di 12 mesi, a seconda dove ricade il mese di lavoro in meno, avrà diritto a un bonus commisurato ai mesi di effettivo lavoro. Questo vale sia per il bonus Renzi che per il Bonus Irpef.
Quest’ultimo come dicevamo, ha requisiti diversi dal bonus Renzi. Infatti non prevede una soglia minima di reddito (lo percepiscono anche quelli con redditi inferiori a 8.174 euro) e prevede un limite massimo di reddito più elevato. Nello specifico per il bonus Irpef abbiamo:
100 euro al mese per i lavoratori con redditi fino a 28.000 euro;
Da 97 a 80 euro per i lavoratori con redditi compresi tra 28.001 a 35.000 euro;
Da 80 euro a scalare per redditi compresi tra 35.001 e 40.000 euro.
https://www.badanteromaaes.it/wp-content/uploads/2021/09/badante-Aes-IRPEF-Roma.jpg6671000Aes Domiciliohttps://www.badanteromaaes.it/wp-content/uploads/2023/05/Badante-Roma.pngAes Domicilio2021-09-08 10:28:302021-09-14 10:30:10Bonus IRPEF: come funziona per la badante che lavora a Roma
Per vent’anni le badanti di Roma sono state le invisibili tra gli invisibili. Di loro non abbiamo voluto sapere nulla: né chi fossero, né da dove venissero, né come facessero a fare il loro lavoro. Eppure non è per niente facile essere una badante a Roma.
Essere continuamente “l’estranea di casa”, e “una di casa”.
Essere colei che si occupa della casa, del corpo e dell’anima. Colei che nutre, cambia, lava e medica; e colei che coccola, consola, custodisce. Le braccia a volte non bastano neanche a Roma.
Serve il cuore. «Badare è un verbo particolare, che sta a metà tra lavorare e amare» dice l’antropologo Francesco Vietti. «Da una badante ci si aspetta non solo che vesta, cucini e cambi le medicazioni, ma anche che sia gentile, disponibile, amichevole, che dia affetto, calore, conforto alla persona che le viene affidata».
Talvolta questo coinvolgimento affettivo è l’esito naturale di un rapporto intimo, di condivisione di tempo, di spazi, di frammenti di vita quotidiana. Viene facile: come quando l’estate segue la primavera. «Dana non è per me solo la persona che mette in fila le pastiglie» racconta Sandra, una signora invalida. «Lei è soprattutto la testimone dei miei pensieri più profondi, colei che lenisce le mie paure, accarezza i miei sogni quando dormo, custodisce i pochi ricordi che sopravvivono alla mia malattia e li consegna ai miei figli». E infatti, non di rado, tra chi offre le cure e chi le riceve nascono delle relazioni molto profonde, indissolubili. Come quella che ha legato per quarant’anni Marisa C., insegnante 96enne di discendenze nobili, e la sua badante. Nel testamento vergato a mano prima di morire, l’anziana aveva disposto che una parte importante della sua eredità fosse destinata, oltre che ai suoi alunni, alle sue amiche e ad alcune Ong, anche al personale di casa e in particolare ai figli della badante a cui lei, che non aveva avuto figli, aveva voluto bene come fossero suoi nipoti.
Altre volte però, spiega Vietti, il coinvolgimento affettivo è preteso, reclamato, imposto dall’alto. «A tate e badanti si chiede di prendersi cura degli anziani come fossero i loro genitori, o dei bambini come farebbero con i propri figli. Ci si aspetta delicatezza, premurosità, affetto, dedizione. E poi tempo: i giorni, le notti, i weekend, le feste, le vacanze. Raramente si tiene conto che questo tempo, e questo affetto, è un furto alle loro vite e alle loro famiglie». Lo racconta anche Irina, una donna ucraina di 55 anni, mentre con le mani segnate dalla fatica piega gli asciugamani. «Quindici anni fa sono venuta a Bologna per raccogliere denaro affinché le mie bambine potessero avere una vita agiata. Sebbene la signora mi voglia bene e anche io gliene voglia, solo adesso mi rendo conto che il nostro legame nasce da uno strappo, da una violenza. Quella che ho dovuto compiere su me stessa, per allontanarmi. Tutto il tempo e l’amore che ho donato a lei, l’ho scippato alle mie figlie». «Il sangue non si sciacqua» scrive Marco Balzano, mettendo a fuoco proprio le ferite e le lacerazioni di queste donne. Nel suo ultimo romanzo, Quando tornerò (Einaudi), non si limita a raccontare la storia di una di loro, Daniela, venuta a Milano fare la badante, ma allarga l’inquadratura anche sui vissuti dei figli, dei mariti, e di chi di solito resta nel proscenio, con le tessere sparpagliate di quella che, prima della partenza, era una famiglia. Perché per ogni donna che arriva nelle nostre case per prendersi cura dei nostri anziani, c’è una famiglia nel Paese di origine che viene dilaniata. Anziani e mariti che restano soli; figli affidati ai nonni o agli zii: sono i cosiddetti “orfani bianchi”, bambini spesso a rischio di disagio psicologico, fino all’atto estremo del suicidio. Il romanzo non fa sconti, scandaglia le necessità di ognuno, i traumi, le aspirazioni, l’ambivalenza dei sentimenti. «Non mi importa il giudizio, l’attribuzione di responsabilità, il moralismo, la denuncia» spiega Balzano. «Mi importa, invece, scrivere e consegnare quelle storie che, per molte ragioni, preferiamo non dirci, silenziare, obliare, rimuovere. Sono convinto che è solo conoscendo le storie che possiamo diventare più umani». Negli ultimi vent’anni, anche se qualcuna è riuscita ad ottenere un salario (più) dignitoso, delle giornate di riposo e i diritti minimi di ogni lavoratore (che non siano molte, lo dimostrano i dati nel riquadro sotto a sinistra), una forte asimmetria di potere, genere e classe continua a separare le collaboratrici domestiche dalle famiglie di cui si prendono cura. «In passato in fondo al corridoio c’era la porzione di casa che “i signori” riservavano alla servitù. Ora, per fortuna, i rapporti sono cambiati .
https://www.badanteromaaes.it/wp-content/uploads/2021/09/badante-nuova-figura-sociale.jpg6671000Aes Domiciliohttps://www.badanteromaaes.it/wp-content/uploads/2023/05/Badante-Roma.pngAes Domicilio2021-09-05 18:02:542021-09-08 18:05:33La Badante a Roma come Nuova Figura Sociale
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