L’est-europa: fabbrica di badanti? I dati di Roma

Più volte noi di AES DOMICILIO abbiamo sottolineato come una badante convivente o una colf convivente debba essere scelta per la sua competenza e per la sua esperienza, e mai per la provenienza. Tuttavia ci dobbiamo anche confrontare con un dato statistico e cioè che più del 40% delle badanti proviene dall’Est-Europa.

Il lavoro domestico è una realtà diffusa in tutta Italia, con quasi 850 mila lavoratori regolari censiti dall’Inps nel periodo pre-pandemia, senza contare che, secondo le stime dell’Osservatorio DOMINA, considerando anche il sommerso si raggiungono i 2 milioni di lavoratori domestici totali.

Tuttavia la situazione è abbastanza variegata sul territorio nazionale. Il Rapporto annuale DOMINA sul lavoro domestico 2020 analizza la nazionalità dei lavoratori, evidenziando come solo in tre regioni (Puglia, Molise e Sardegna) gli Italiani superano il 50% dei lavoratori domestici.

In Sardegna, addirittura, i lavoratori domestici italiani rappresentano oltre l’80% del totale. Mediamente, a livello nazionale, gli Italiani rappresentano il 29,7%. La presenza straniera è, quindi maggioritaria a livello nazionale e in diciassette regioni su venti. In particolare, i lavoratori dell’Est Europa rappresentano il 40,9% a livello nazionale e superano quota 40% in ben 12 regioni. Le regioni con la maggior presenza di lavoratori dell’Est Europa sono quelle del Nord Est: in Emilia Romagna questa componente rappresenta il 59,6% del totale, e anche Veneto, Friuli Venezia Giulia e Trentino Alto Adige superano il 56%.

La più bassa incidenza di domestici dell’Est Europa si registra invece in Sicilia (18,4%) e Sardegna (12,6%). Se consideriamo invece le nazionalità straniere (escluso l’Est Europa), a livello nazionale rappresentano il 29,4% dei lavoratori domestici totali. In questo gruppo troviamo, ad esempio, Filippine, Perù, Ecuador, Marocco, Tunisia. In due regioni questa componente supera il 40% dei lavoratori domestici totali: Lombardia (46,5%) e Lazio (40,2%) ed in particolare in queste regioni ad elevata presenza di colf si concentrano il 63% dei Filippini. In Liguria il 24% dei lavoratori domestici proviene dall’America Centrale.

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La badante a Roma e la quota 100: come funziona la pensione

L’argomento pensione è sempre un tema caldo per quanto riguarda il contratto per badante e badante convivente, per le quali negli ultimi anni stanno avvenendo numerosi cambiamenti di tipo fiscale. Primo tra tutti è indagare bene la famosa questione della “quota 100”, cioè quando con un tot. di anni di età sommati ad un tot. di anni di lavoro si arriva al numero 100 – ma è poi così semplice?

Badanti conviventi e colf conviventi, così come babysitter e la generalità dei lavoratori domestici, sono iscritti al Fondo pensioni dei lavoratori dipendenti (FPLD); al contrario della maggior parte dei lavoratori subordinati, però, l’aliquota destinata a finanziare la pensione (ossia l’aliquota IVS, invalidità vecchiaia superstiti) non è pari al 33%, ma inferiore, pari al 17,4275%.

Questo comporta un trattamento pensionistico più basso per la badante, o la colf: meno sono i contributi versati, più bassa risulterà la pensione.

Bisogna tener presente che la maggior parte delle pensioni dei lavoratori domestici si calcola col sistema contributivo, in quanto non sono numerose colf e badanti che vantano contribuzione antecedente al 1996. Ma procediamo con ordine.

Non è semplice nemmeno soddisfare i requisiti per la quota 100, per i lavoratori domestici. Difatti, per questa pensione anticipata sperimentale, i cui requisiti possono essere perfezionati sino al 31 dicembre 2021, si richiedono:

  • 62 anni di età;
  • 38 anni di contributi (di cui 35 al netto dei periodi di disoccupazione e malattia non integrata, per gli iscritti all’Assicurazione generale obbligatoria Inps, come colf e badanti).

La quota 100 può essere ottenuta attraverso il cumulo, escludendo però eventuale contribuzione accreditata presso le casse dei liberi professionisti.

Apparentemente sembrerebbe più semplice, per i lavoratori domestici, ottenere la pensione anticipata a 64 anni. Tuttavia, la prestazione non richiede solo il requisito dei 64 anni di età, ma anche:

  • 20 anni di contributi effettivi;
  • un importo del trattamento almeno pari a 2,8 volte l’assegno sociale, cioè a 1.287,52 euro al mese. Quest’ultima condizione risulta molto difficile da soddisfare per chi possiede versamenti normalmente d’importo basso, come colf e badanti.

La pensione può essere ottenuta dalla badante, o dalla colf, solo se questa, oltre ad aver perfezionato i requisiti elencati:

  • non possiede contribuzione al 31 dicembre 1995;
  • in alternativa, ha optato per il computo di tutti i contributi presso la gestione Separata al momento del pensionamento.
  • Questa pensione può essere ottenuta anche utilizzando un particolare strumento di cumulo dei contributi. Per approfondire: Pensione anticipata a 64 anni.

Colf e badanti possono infine anticipare l’età pensionabile utilizzando la pensione di anzianità: si della prestazione, basata su requisiti di età e di contribuzione, che è stata poi sostituita dalla pensione anticipata. Ad oggi, sono ancora operative alcune tipologie di pensioni di anzianità residuali:

  • opzione donna, che richiede, per le dipendenti, il compimento di 58 anni di età (59 anni per le autonome) e il perfezionamento di 35 anni di contributi alla data del 31 dicembre 2019, previa attesa di una finestra di 12 mesi (18 per le autonome);
  • la pensione di anzianità in totalizzazione, che richiede 41 anni di contributi (può essere sommata la contribuzione accreditata presso differenti casse, comprese quelle dei liberi professionisti) e l’attesa di 21 mesi di finestra;

la pensione di anzianità per gli addetti ai lavori usuranti e notturni, che richiede un minimo di 61 anni e 7 mesi di età, 35 anni di contributi e una quota (somma di età e contribuzione) almeno pari a 97,6; i requisiti sono più elevati per i lavoratori notturni con un numero di notti inferiori alle 78 all’anno, e per chi possiede contribuzione da lavoro autonomo.

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Roma, e se le badanti fossero robot?

Più volte si sono affrontati i discorsi di “badante-robot”, di “badante-meccanica” o di “badante digitale” – e più volte, noi di AES DOMICILIO, abbiamo sottolineato l’importanza fondamentale della presenza umana nell’assistenza domiciliare, e quanto una figura umana come una badante convivente o una colf resti sempre e comunque centrale ai fini del prendersi cura di un’altra persona. Tuttavia, dato l’alto numero di anziani ed il sempre più progressivo tasso di anzianità che avanza in tutto il mondo, si stanno portando avanti delle numerose iniziative affinché un anziano possa ‘vivere’ con un robot.

Noi di AES DOMICILIO abbiamo sempre espresso con chiarezza che per quanto la tecnologia possa ‘fare compagnia’ certamente non può prendere il posto del ‘prendersi cura’. Gli anziani sembrano poter trarre beneficio dall’interazione con un robot. Lo dicono i risultati dei test effettuati con 30 anziani (metà inglesi e metà indiani residenti nel Regno Unito) e tre giapponesi ricoverati in case di cura, nell’ambito del progetto Caresses di cui è capofila il dipartimento di Informatica e Robotica dell’Università di Genova e che annovera come partner University of Bedfordshire, Advinia HealthCare, Örebro University, JAIST, Middlesex University, SoftBank Robotics, Chubu University, Nagoya University.

Che cos’è Caresses? Un «cervello» , cioè un programma di Intelligenza artificiale, inserito nel «corpo» di Pepper , un robot già in commercio. «Il progetto partito nel 2017 ambiva a creare robot di assistenza dotati di Intelligenza artificiale “culturalmente competenti”, in grado cioè di adattare il proprio modo di parlare e agire all’identità culturale delle persone anziane con cui interagiva», spiega Antonio Sgorbissa professore di Robotica all’Università di Genova. «Come dimostrato da numerosi studi, tenere conto dei bisogni e delle preferenze culturali delle persone agevola il successo delle pratiche di assistenza». Che cosa fa Pepper? Chiacchiera, ricorda le cose da fare, mette in contatto con personale sanitario e familiari.

Ma un robot, fino a che punto riuscirà a comprendere lo stato d’animo di una persona, il significato profondo di una lacrima, di un sorriso, di un grazie?

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Quando la badante è richiedente asilo: le regole su Roma

AES DOMICILIO ci tiene a sottolineare che tutti gli articoli compilati hanno un fine puramente ‘informativo’ o ‘esplicativo’ e non hanno alcuna pretesa di esaustività, né entrano nello specifico dei casi. Per questi motivi si invitano i lettori a verificare e comunque a rivolgersi, in ogni caso, agli organi competenti per avere maggiori informazioni e sottoporre le proprie esigenze ed i casi personali. Altresì garantiamo che tutte le informazioni sono desunte da fonti accreditate e per quanto possibile riportate fedelmente.

Cosa accade se il collaboratore che si intende assumere non ha permesso di soggiono, ma ha fatto richiesta di asilo politico?

In questi casi il datore di lavoro può procedere lo stesso all’assunzione, poiché tale motivazione permette di effettuare attività lavorativa; infatti come stabilisce la Circolare del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali del 26 luglio 2016 n. 14751: “la ricevuta attestante la presentazione della richiesta di protezione internazionale, rilasciata contestualmente alla verbalizzazione della domanda (…), costituisce permesso di soggiorno provvisorio“.

Secondo la stessa circolare, la richiesta di asilo consente al richiedente di svolgere attività lavorativa decorsi sessanta giorni dalla presentazione della domanda di protezione laddove il relativo procedimento non si sia concluso ed il ritardo non sia ascrivibile al richiedente. Il datore, quindi, può assumere il richiedente asilo come lavoratore domestico (badante convivente, colf ad ore, babysitter) ma solo se sono trascorsi 60 giorni dalla formalizzazione dell’istanza di protezione internazionale, senza che chi di dovere si sia espresso.
Alcune Questure rilasciano una dichiarazione con la data di formalizzazione, altrimenti é necessario che il collaboratore rilasci al datore copia dell’ultima pagina della formalizzazione della domanda di protezione da dove si evince la data.

Nel caso in cui non sia stato rilasciato il permesso di soggiorno provvisorio, anche laddove la manifestazione di volontà sia stata espressa ma non verbalizzata o non siano ancora trascorsi i 60 giorni dal rilascio della ricevuta, saranno applicate le procedure previste in caso di occupazione irregolare di cittadini extracomunitari privi del permesso di soggiorno, compreso l’intervento delle forze dell’ordine per la verifica della posizione del cittadino straniero.

Per evitare queste conseguenze, è dunque necessario che il datore di lavoro, oltre a mettere in regola la badante il lavoratore e ad acquisire la verbalizzazione della domanda di protezione internazionale, acquisisca anche un’autodichiarazione da parte del lavoratore, nella quale lo stesso dichiari che il procedimento di richiesta protezione e asilo politico non si sia già concluso e che la mancata conclusione non sia a lui imputabile. Sono queste, infatti, le due condizioni che potrebbero invalidare il permesso di soggiorno.

La normativa di riferimento è contenuta nell’articolo 22, comma 12, del TU sull’immigrazione: nella versione originaria, la disposizione qualificava la condotta del datore di lavoro come contravvenzione, per la quale era prevista la sanzione dell’arresto da 3 mesi ad un anno, e l’ammenda di 5.000 euro per ogni lavoratore impiegato. Tale impostazione è stata però recentemente mutata, inasprendo la sanzione per il datore di lavoro e, soprattutto, qualificando la sua condotta come delitto.

Infatti, la disposizione vigente sanziona con «la reclusione da sei mesi a tre anni e con la multa di 5.000 euro per ogni lavoratore impiegato» il datore di lavoro che occupa alle proprie dipendenze lavoratori stranieri privi del permesso di soggiorno, ovvero il cui permesso sia scaduto (e del quale non sia stato chiesto, nei termini di legge, il rinnovo), revocato o annullato.

Attenzione, dunque, alla regolarizzazione di chi si decide di assumere, poiché la mutata qualificazione dell’illecito (da contravvenzione a delitto) produce conseguenze sul piano dell’elemento soggettivo del reato, pertanto, sarà necessaria anche la prova del dolo e non solo della colpa.

Tutto ciò rappresenta un monito importante affinchè, nel processo di assunzione della badante, vengano coinvolti soggetti professionisti che sappiano informarvi e guidarvi nella scelta migliore, proprio come AES Domicilio che svolge ormai da anni questo tipo di mestiere e conosce perfettamente tutte le tutele e i diritti di cui abbiamo trattato.

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Roma, che cosa dice la legge in merito alla maternità per le badanti

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Che diritti ha la lavoratrice domestica incinta?

Il datore di lavoro che decide di mantenere la colf convivente o la badante convivente incinta, dovrà tutelare la salute della lavoratrice fino ai 7 mesi di età del bambino, consentendole permessi per le visite ginecologiche e le prestazioni specialistiche per la tutela della maternità.

Fermo restando che la famiglia può decidere di licenziare la lavoratrice domestica in qualunque momento, dando il dovuto preavviso, se decide di non farlo, non potrà adibirla al lavoro: nei i due mesi precedenti la data presunta del parto; per il periodo intercorrente tra la data presunta e la data effettiva del parto; nei tre mesi dopo il parto; durante gli ulteriori giorni non goduti prima del parto, se lo stesso avviene in data anticipata rispetto a quella presunta.

Inoltre, se la lavoratrice è addetta a lavori che, in relazione allo stato di gravidanza, sono troppo pesanti, il divieto viene anticipato a tre mesi dalla data presunta del parto. Vieppiù, a colf ad ore e badanti ad ore spetta il trattamento economico e normativo di tutte le lavoratrici in congedo di maternità: ciò comporta un’indennità giornaliera pari all’80% della retribuzione. Inoltre, i periodi di congedo di maternità vengono conteggiati nell’anzianità di servizio.

Ebbene, premessa l’applicabilità al rapporto di lavoro domestico della tutela della maternità di cui all’art. 2110 c.c., anche per tale rapporto di lavoro, in occasione della maternità, deve ritenersi sussistente il divieto di licenziamento per un periodo che, non essendo applicabile nè la l. n. 1204 del 1971, nè le convenzioni internazionali in materia, dovrà essere individuato dal giudice che, in mancanza di usi normativi e in caso di non applicabilità del contratto collettivo di categoria, determinerà equitativamente le modalità temporali del divieto di licenziamento della lavoratrice domestica in maternità, definendo i diritti e gli obblighi delle parti durante il periodo in cui tale divieto sia ritenuto operante (Cass. civile sez. lav., 22/06/1998).

Per maggiore conoscenza, si richiama altresì la sentenza del Tribunale di Napoli: esso si conforma a quanto sostenuto dalla Corte di Cassazione, dall’Inps e dall’Ispettorato del Lavoro secondo cui, in ambito domestico, non è vietato licenziare la lavoratrice in stato di gravidanza. La conseguenza è che il licenziamento da parte del datore di lavoro (e, cioè, la famiglia presso cui si presta servizio) non configura una discriminazione nei suoi confronti – anche se deciso non appena la donna comunica la notizia – e, quindi, non si potrà chiedere nessun risarcimento. Esattamente il contrario rispetto a quanto previsto per la generalità delle lavoratrici dipendenti per le quali vige un divieto di licenziamento dall’inizio della gestazione e fino al compimento di 1 anno di età del bambino.

Anche un’altra sentenza della Cassazione (2 settembre 2015, n. 17433), ha dichiarato che le lavoratrici addette ai servizi domestici e familiari possono essere licenziate durante la gravidanza. Più precisamente non è illegittimo per legge il licenziamento avvenuto dall’inizio della gestazione fino al compimento di un anno d’età del bambino, se si tratta di una lavoratrice nel settore domestico. E ciò significa che il recesso da parte del datore di lavoro non è qualificabile come illecito o licenziamento discriminatorio, ma può essere validamente esecutivo.

Nella specie, in base all’ex art. 62, comma 1, del Decreto Legislativo n. 151/2001 (Testo unico sulla maternità e paternità), alle lavoratrici addette ai servizi domestici e familiari si applicano le norme relative al congedo per maternità e le disposizioni di cui agli articoli 6, 16, 17, 22 del Decreto stesso. Il lavoro domestico è invece escluso dalla normativa sul divieto di licenziamento della lavoratrice madre prevista, invece, dall’art. 54 del Testo unico sulla maternità e paternità.

In realtà, questo orientamento suscita più di una perplessità se si considera che il Ccnl sulla disciplina del rapporto di lavoro prevede l’applicazione delle norme di legge sulla tutela delle lavoratrici madri anche ai collaboratori domestici dall’inizio della gravidanza e fino alla cessazione del periodo di astensione per congedo di maternità.

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Licenziamento in forma orale: le badanti a Roma

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Per quanto riguarda il licenziamento, i lavoratori domestici (colf, badante convivente, babysitter, chi offre servizi infermieristici e servizi psicologici a domiclio) non godono delle stesse tutele spettanti alla maggior parte dei dipendenti: essi possono essere licenziati liberamente dal datore lavoro, salvo alcune eccezioni.

Iniziamo subito col chiarire che il licenziamento della badante può essere intimato anche oralmente, ed in questo caso non è nullo, come invece accade per il licenziamento orale, per la generalità dei lavoratori subordinati: tuttavia, su richiesta della badante, il datore di lavoro è tenuto a fornire una dichiarazione scritta che attesti l’avvenuto licenziamento. In ogni caso, la cessazione del rapporto va comunicata per iscritto all’Inps.

Con ordinanza n. 23766 dell’1 ottobre 2018, la Suprema Corte di Cassazione ha ritenuto valido quanto asserito dalla Corte territoriale ovvero che, una volta asserito che nel caso di specie il licenziamento intimato verbalmente è comunque legittimo e pienamente efficace, diventa irrilevante verificare se in concreto era stato intimato dalla datrice di lavoro o se era stata la stessa lavoratrice a rassegnare le dimissioni.

In un caso simile, una donna, una collaboratrice domestica straniera, in appello, vedeva rigettato il reclamo proposto avverso la sentenza di primo grado, che ne aveva respinto le domande di impugnazione del licenziamento orale intimatole dalla datrice di lavoro dopo quattro anni di servizio. A questo punto proponeva, quindi, ricorso alla Suprema Corte, deducendo la nullità del licenziamento stesso perché intimato in via orale.

Per la Cassazione, però, la violazione denunciata è inconferente, posto che nel caso di specie relativo al lavoro domestico, “è espressamente prevista l’esenzione dall’applicazione dell’onere della forma scritta, imposto dall’art. 2 I. 604/1966, come novellato dall’art. 2 I. 108/1990”. Per cui il ricorso è stato respinto.

Ebbene, per la Cassazione è espressamente prevista l’esenzione dalla forma scritta del recesso nell’ambito del lavoro domestico.

In via prudenziale, tuttavia, sarebbe bene comunicare al dipendente l’interruzione del rapporto di lavoro in forma scritta, soprattutto nel caso in cui al domestico spetti un periodo di preavviso. In questo caso il documento potrà infatti rappresentare una prova concreta dell’avvio del periodo residuo di attività lavorativa.

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Roma, le condizioni necessarie ad una badante per ottenere un prestito

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prestiti per badante convivente e colf non sono molto diversi da quelli che vengono erogati agli altri lavoratori dipendenti (il contratto collettivo nazionale del lavoro domestico li classifica così), quindi chi fa parte di queste figure professionali molto importanti per le famiglie non dovrebbe incontrare particolari difficoltà a chiedere e a ottenere un finanziamento, ammesso che la situazione reddituale lo permetta.

Spesso, infatti, le badanti ad ore o le badanti di condominio provengono da paesi esteri e, venendo in Italia, necessitano di una provvista di denaro per far fronte alle spese necessarie all’inserimento.

Infatti, buona parte delle badanti, delle colf e dei collaboratori domestici o di assistenza familiare (servizi educativi, servizi infermieristici e servizi psicologici) non dispongono di un contratto di lavoro a tempo indeterminato, condizione quasi sempre imprescindibile per ottenere un prestito, e che spesso sono pure straniere e per giunta extra-comunitarie. Cosa può fare in questi casi? La legge le impedisce di ottenere denaro?

 

La legge non impedisce completamente la possibilità di ottenere un prestito alle badanti, italiane o straniere, senza stipendio fisso, invero, diventa solo un po’ più restrittiva.

Per ottenere prestiti in tali circostanze è necessario ricorrere quindi a quelle particolari forme di finanziamento che non richiedono la presentazione di una busta paga: ce ne sono parecchi tra prestiti senza garanzie, prestiti tra privati, prestiti cambializzati, credito su pegno e altri di questo genere. Si possono ricevere prestiti anche con un contratto a tempo determinato, ma il piano di rientro non deve superare la durata del contratto stesso.

prestiti per colf e badanti cambializzati vengono messi a disposizione da varie banche e società finanziarie che erogano prestiti attraverso le cambiali.

Il prestito viene erogato sul conto corrente, mentre il pagamento delle rate di rimborso avviene con cambiali cartacee, oppure bonifici o bollettini postali. Ricordiamo che, nel caso si salti il pagamento di una cambiale, si viene subito protestati.

Tutto ciò vale anche per le badanti straniere: infatti, cambia molto poco, l’importante è che chi richiede il prestito abbia la residenza in Italia, mentre per le persone extracomunitarie serve anche il permesso di soggiorno. Alcune banche potrebbero inoltre chiedere l’attestazione di pagamento dell’ultimo bollettino Inps e la denuncia del rapporto lavoro all’Inps.

Ma quanto è possibile richiedere e ottenere con questi prestiti? L’importo dipende sempre dal peso delle garanzie che si riescono a presentare e dall’ammontare del proprio stipendio: con un contratto a tempo indeterminato si possono ricevere somme piuttosto alte, diversamente bisogna accontentarsi di piccole cifre, difficilmente superiori a 5000 euro.

Riepilogando, in generale, i requisiti richiesti sono:

  • Permesso di soggiorno se non si è di nazionalità italiana;
  • Certificato di residenza italiana;
  • Passaporto/carta d’identità;
  • Tessera sanitaria;
  • Un contratto anche a tempo determinato;
  • La copia dell’ultima busta paga;
  • Finire di pagare il prestito entro il termine del contratto di lavoro.

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Violenza domestica a Roma: il dato su badanti e colf conviventi

Si calcola che siano almeno 700 mila le persone occupate come badante convivente, badante ad ore, badante di condominio, colf convivente, colf ad ore in Italia, un milione secondo altre stime: in nove casi su dieci sono straniere, in uno su sei di sesso maschile.

Ma i casi di abusi nei confronti degli anziani assistiti sono relativamente rari, anche perché è la condizione stessa dell’essere immigrati a disincentivarli. Mentre accade invece di frequente che siano proprio loro, colf e badanti ma anche babysitter ad essere vittime di veri e propri abusi, sia sessuali che di sfruttamento lavorativo e scarso rispetto per la persona. Quadri statistici alla luce dei quali il caso della badante marchigiana che costringeva la sua assistita a chiedere la carità per suo conto – così come quello recente dei due coniugi di Terni, anch’essi italiani, che avevano legato al letto la signora ottantenne che assistevano per passare la giornata al mare – appaiono come episodi atipici e isolati.

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Piuttosto andrebbe segnalato un fenomeno di cui non si parla mai: quello delle badanti come soggetti abusati, sessualmente e non solo, dai datori di lavoro.

Certo, abusi ai danni degli assistiti possono capitare, fra le tante badanti in Italia, ma di solito gli immigrati fanno di tutto per lavorare bene e semmai può solo accadere che aspirino a contratti migliori, in particolare proprio d’estate. Al tempo stesso accade invece che proprio il lavoro domestico sfugga all’Inps, tornando nel sommerso dopo la regolarizzazione dell’immigrato, perché non vengono più pagati i contributi, tanto da poter essere paragonato ad un fenomeno carsico.

Dal punto di vista delle badanti si mette anche Roberto Marchetti, presidente di un’associazione di volontariato a Ferrara, la “Nadiya”, che presta assistenza proprio a loro, nei casi di malattia o di aiuto all’inserimento.  I comportamenti sono frutto di fattori soggettivi, legati al proprio passato e, nel caso degli immigrati, a cosa trovano in Italia; di sicuro però, c’è una scarsa propensione delle famiglie italiane ad avere un atteggiamento  imprenditoriale verso il loro lavoro, stabilendo contratti regolari o pagando le ferie cui tutti hanno diritto.

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Animali domestici a Roma: le badanti devono accudirli?

Cani, gatti e più generali animali domestici: sempre più spesso le famiglie hanno bisogno di trovare una persona che se ne occupi in loro assenza, anche in previsione della programmazione delle vacanze estive. A chi rivolgersi quindi?

Non tutti sono a conoscenza del fatto che il tema dell’assistenza agli animali domestici è affrontato nel Contratto Collettivo Nazionale che regola il lavoro domestico. Nel Ccnl sono, infatti, contemplate ben due figure diverse a cui è attribuita questa mansione. La prima è quella dell’assistente agli animali domestici tout court, ovvero il lavoratore abitualmente definito ‘pet sitter’ nelle sue varie declinazioni, a cominciare da quelle più comuni di dog sitter o cat sitter.

Dal punto di vista dell’inquadramento va chiarito che quello del dog sitter, sebbene molto spesso venga a torto relegato nelle sfera dei ‘lavoretti’ o delle attività occasionali, è un lavoro dipendente a tutti gli effetti e come tale dovrebbe essere gestito: con busta paga, versamento dei contributi previdenziali, tfr, tredicesima mensilità. Il livello A è quello corretto all’interno del quale inquadrarlo. Importante precisare che questo lavoratore dovrà svolgere ‘esclusivamente mansioni di assistenza ad animali domestici’, come recita l’art. 9 del Ccnl, lettera e).

Diverso il caso della colf, la seconda figura deputata all’assistenza degli animali domestici. Al profilo del collaboratore familiare generico polifunzionale (Livello B) corrisponde, infatti, tra le altre cose anche la mansione di ‘assistente ad animali domestici’. Tradotto significa che alla classica colf convivente assunta per svolgere le plurime incombenze relative al normale andamento della vita familiare, dalla pulizia al riassetto, potrà essere chiesto anche di occuparsi degli animali domestici presenti in casa. Assodato che si tratti una delle mansioni stabilite dal contratto, altro tema è quello legato alla specifica competenza a farlo.

Non tutti i domestici, infatti, possono o vogliono occuparsi di questo, motivo per cui consigliamo alle famiglie di stabilire sempre le mansioni direttamente nella lettera di assunzione.

In ogni caso, che si tratti della colf o del pet sitter, è bene sapere che il Ccnl domestico prevede un periodo di 8 giorni di prova per valutare la competenza a svolgere i compiti stabiliti, le capacità e, perché no, anche l’empatia con l’animale domestico. E se sono due o più?

Anche qui, non tutti sono a conoscenza del fatto che il contratto non prevede una retribuzione maggiorata in correlazione al numero di animali da assistere: questo vale sia per la colf che per il pet sitter.

La paga oraria base è, infatti, definita da specifiche tabelle che vengono rivalutate annualmente per effetto dell’indice Istat dei prezzi al consumo. Stando ai valori definiti per l’anno in corso al pet sitter (Livello A) dovrà essere corrisposta una retribuzione oraria di 4,69 euro, mentre alla colf (Livello B) di 5,86 euro. Parliamo di minimi retributivi, ovvero soglie sotto alle quali non è possibile scendere, tuttavia la retribuzione dei domestici è soggetta a logiche di mercato che possono far salire, e anche di molto, la paga base.

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Comunicare nella relazione con l’anziano: badanti e figli a Roma

Sebbene talvolta difficile e faticosa, una buona comunicazione con i propri genitori anziani è un toccasana per la loro salute. Il silenzio diventa pericoloso per la sua salute e rende difficile aiutarlo a curarsi. Inoltre non comunicare demotiva gli anziani a prendersi cura di sé.

Comunicare libera, rende possibile il confronto delle idee, esprime gli stati d’animo e favorisce serenità e calma. Il tema della comunicazione e anziani viene messo al centro dei nostri corsi di formazione per assistenti agli anziani.

E’ necessario, infatti, per la sua salute, che l’anziano venga valorizzato, apprezzato. Certamente questo non solo ha riflessi positivi diretti sulla sua mente, ma lo sprona anche a prendersi cura di sé e a non lasciarsi andare. Comunicare con un anziano è spesso difficile, anche per badanti conviventi o colf. La difficoltà aumenta nel caso in cui l’anziano in questione rivesta il ruolo di genitore, sicuramente per problemi di comprensione reciproca.

 

Spesso capita che l’anziano abbia problemi di udito o o che abbia un carattere intrattabile e intransigente. Oggi questo problema di comunicazione è sempre più diffuso e spesso si traduce in mancanza di rispetto nei confronti dell’anziano. Ma il figlio adulto può e deve fare un passo in più nei confronti del proprio genitore anziano, manifestargli apprezzamento, valorizzarlo nelle sue scelte e per quello che fa. Il rapporto con il vostro caro può migliorare ed ampliarsi solo se il carico di cure verso l’anziano che perde autonomia viene condiviso dalla “comunità sociale”, in tutti i suoi aspetti: medico, assistenziale, psicologico e sociale. Per questo il ruolo delle colf conviventi, delle badanti ad ore o di chi presta servizi infermieristici o servizi psicologici è così importante.

Una gestione solitaria può essere pericolosa e potrebbe far venir meno tutti gli equilibri costruiti in una vita. Infatti può portare confusione, dolore, impotenza, rabbia, senso di colpa. Questi sentimenti rischiano di prendere il sopravvento, provocando forte malessere e una confusione di ruoli. Non è raro osservare figli che diventano genitori dei propri genitori prima ancora di averne occupato il posto.

La necessità di una presenza e di un accudimento sempre maggiori rendono sostanzialmente confusi e poco definiti i processi di distacco e rischiano di lasciare poco spazio alla rassegnazione e alla pacificazione che consente di procedere nella propria esistenza.

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