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Roma, come puo’ la Badante Aiutare una Persona Cieca

Anche a Roma una badante può trovarsi a gestire ed aiutare una persona cieca: non soltanto perché anziana, ma può anche essere una persona giovane che ha bisogno di aiuto per alcune situazioni.

Purtroppo nella nostra società ci sono ancora molti pregiudizi sulla cecità.

Molte persone esitano a interagire con i non vedenti e, nonostante abbiano un desiderio di aiutare, si trattengono per evitare un incontro imbarazzante, perché pensano di non sapere come interagire.
È logico che le persone cieche, anche le più estroverse e amichevoli, non possono sempre iniziare una conversazione; ma solo perché non riesce a vedere segnali non verbali, quindi è opportuno coinvolgerle inizialmente per primi nella discussione.

Sicuramente questa è una delle prime cosa di cui deve essere a conoscenza la badante.

Le persone cieche hanno ovviamente incapacità di interpretare il linguaggio del corpo, è molto importante che la badante comunichi chiaramente con le sue parole quando parla a persone non vedenti.

Nelle conversazioni semplici, informazioni significative e messaggi subliminali vengono spesso trasmessi attraverso il movimento delle nostre mani e le espressioni del nostro viso.

Cosa che viene spontanea ma che la badante dovrà stare attenta a non fare.

Pertanto, è fondamentale compensare ciò utilizzando parole chiare e un’intonazione efficace.

Negli anni c’è stato un rapido sviluppo nella tecnologia dell’innovazione visiva, che è in grado di fornire alle persone non vedenti e ipovedenti una maggiore indipendenza.

Naturalmente l’essere ciechi non detta la personalità, i tratti caratteriali o gli hobby.

Solo perché qualcuno che è cieco può fare qualcosa in modo indipendente o ama gli audiolibri o si veste in un certo modo, non significa che lo faccia anche qualcun altro.

Ma il supporto della badante può essere comunque fondamentale.

 

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la peg roma

Roma, la Peg spiegata per la Badante

Molte badanti a Roma si ritrovano a gestire pazienti che presentano gravi patologie e può capitare che debbano conoscere la Peg.

La PEG è un supporto alla nutrizione che viene utilizzato tutte le volte in cui per il paziente la nutrizione fisiologica è impossibilitata.

Questo tipo di supporto è detto nutrizione artificiale.

La nutrizione artificiale si presenta in due modalità:

  • 1. Nutrizione parenterale (NP): i nutrienti sono somministrati direttamente nel circolo ematico periferico e/o centrale, sfruttando un catetere venoso di grosso calibro
  • 2. Nutrizione enterale (NE): i nutrienti sono somministrati direttamente nel tratto digerente a diversi livelli, usando delle sonde.

La scelta della modalità di somministrazione viene fatta in base alla funzionalità del tratto gastrointestinale e alla durata del trattamento.

Per quanto riguarda le vie d’accesso, vi è una doppia modalità:

  • 1. sonde: comprende il sondino naso – gastrico, il sondino duodenale, il sondino naso digiunale. Il sondino nasale è la via d’accesso più facile e più utilizzata. Viene scelta se è previsto che il paziente sarà in grado di riprendere ad alimentarsi per via orale dopo un rapido periodo di trattamento.
  • 2. stomie: comprende la faringostomia, esofagostomia, la gastrostomia e la digiunostomia.

A cosa devono stare attente le badanti ?

  • Alla cute che necessità di un controllo quotidiano, facendo attenzione che non siano presenti infezioni, oppure che la sonda sia ancora fissa nella stessa posizione nella quale è stata inserita.
  • È importante fare attenzione a eventuali fuoriuscite di succhi gastrici, che potrebbero erodere i tessuti circostanti.

Questo inconveniente potrebbe rendere necessario cambiare più volte la medicazione.
Una corretta igiene è importante per prevenire complicazioni di natura infettiva.

 

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La solitudine degli anziani di Roma si combatte con la badante

A Roma sono sempre di più gli anziani che soffrono di solitudine; in questi casi la presenza di una badante può dare un grosso aiuto!

Con la pandemia, gli italiani anziani si sono dimostrati molto più resilienti dei giovani. Se durante il lockdown, con tutte le sue restrizioni e opportune segregazioni, si temeva un incremento dei suicidi e dei disturbi psico-sociologici negli over 65, tali ipotesi sono state sconfessate in tutto il mondo. Contrariamente a quanto si potesse pensare, sono proprio i più giovani, a livello globale, ad aver patito di più.

Lo dimostra l’aumento (in genere del 30-40%) dei tentativi di suicidio nella fascia under30, dato che esplicita come le quarantene e le misure preventive abbiano esacerbato le condizioni di salute, fisica e mentale, di giovani e giovanissimi. Se ne parla in occasione del 22° Congresso Nazionale dell’Associazione Italiana Psicogeriatria – AIP, che si è aperto ieri al Palazzo degli Affari a Firenze alla presenza di circa 800 specialisti.

Mettendo a confronto le due differenti generazioni, se per i giovani si può parlare di 100 tentativi per un effettivo suicidio, per gli anziani sono due tentativi per ogni morte effettiva. “Tale proporzione, che si dimostra valida anche in Italia, evidenzia come i tentativi degli anziani si rivelano come atti premeditati e spesso ben studiati, che raramente lasciano spazio ad errori, mentre tra i più giovani sono frutto di varie condizioni motivazionali e di reazioni emotive spesso impulsive che non sempre corrispondono a un effettivo desiderio di morte ma contemplano invece la necessità di uno sfogo emozionale, soprattutto di rabbia, disappunto e avversione”.

La solitudine è una compagna drammatica della terza età – dichiara il prof. Marco Trabucchi, Presidente dell’Associazione Italiana Psicogeriatria – AIP – È un fenomeno sempre più frequente a causa dei moderni stili di vita: tra gli over 75, colpisce circa il 20% della popolazione, pur con notevoli variazioni tra città/campagna e Nord/Sud. È un fenomeno rilevantissimo per la salute, che può avere conseguenze tanto di tipo clinico quanto psicologico, con un maggior rischio di ammalarsi, di andare verso una forma di demenza, di avere una vita più breve. Inoltre, la solitudine rende la persona incapace di resilienza, ossia di mettere in funzione le risposte adeguate rispetto ad eventi negativi che andrebbero affrontati e superati, ma finiscono per provocare un peggioramento delle condizioni cliniche dell’individuo”.

Per questi motivi, assumere una badante potrebbe essere una soluzione per combattere la solitudine degli anziani; in particolare, una badante convivente garantirebbe loro una presenza costante e attenta ad ogni esigenza.

AES DOMICILIO seleziona badanti ad hoc, molto competenti, soprattutto ha un vasto ventaglio di scelte tra “badante ad ore”, “badante h24”, o “badante di notte”.

l'anziano badante Roma

Roma: l’ Anziano chi è ?

Anche Roma si interroga:

Chi è l’anziano secondo la scienza?

Quando ci si può considerare vecchi?

E da quale prospettiva, punto di vista?

 

L’aspettativa di vita alla nascita riflette l’andamento della mortalità per ogni causa sulla popolazione mondiale e nel 2008 era stimata a 68 anni, con una variabilità dai 57 anni per i Paesi a basso reddito (53 anni in Africa), sino agli 80 anni dei Paesi ad alto reddito (WHO, 2020).

 

Come si può intuire, questo condiziona anche l’immagine sociale della persona anziana, che vede nei Paesi industrializzati alzarsi sempre più l’asticella, considerando la piena produttività di molte persone over 60.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS; World Health Organizaton-WHO) definisce i 65 anni come età di passaggio alla condizione di “anziano”, mentre le Nazioni Unite (United Nation, UN) si collocano sui 60 anni, considerando aree geografiche svantaggiate per bassa aspettativa di vita alla nascita (WHO, 2002).

Entro il 2050 l’OMS stima che circa una persona su sei avrà più di 65 anni (16%), laddove nel 2019 il dato si assestava intorno a una persona su undici (9%).

Nel 2018, il numero di soggetti definiti anziani (over 65), per la prima volta nella storia, ha superato il numero di bambini di età inferiore ai 5 anni (U.N. United Nation, 2020).

Nel 2050, l’80% della popolazione mondiale vivrà nei Paesi a basso-medio reddito, considerando come il ritmo di invecchiamento della popolazione sia a oggi più incalzante che in passato (WHO, 2018).

È possibile oggettivare il concetto di “vecchio”, indipendentemente dal percepito e dalle aspettative sociali, oppure l’invecchiamento è un costrutto relativo, così che l’essere umano è anziano solo in riferimento a prospettive e criteri culturali? (Overall, 2016).

Nella cultura giudaica la vecchiaia è ambivalente.

Da un lato, prima dell’affermazione della visione escatologica, non era contemplata una vita dopo la morte, ma l’uomo ritornava alla terra.

L’uomo benedetto e giusto è colui che si congeda dalla vita ” con ‘felice canizie e sazio di giorni’ ” (Gen. 25,8).

L’anziano è colui, non tanto che muore, ma colui che ha portato a compimento la vita.

Dio stesso si presenta a Daniele come un vegliardo con capelli candidi come la lana.

L’Antico Testamento però ne ricorda anche la dimensione fisica come nel Qoelet, dove non sempre la vecchiaia è sinonimo di sapienza o benedizione.
La definizione di anziano vede venirci incontro il dizionario Treccani, che dirime la questione iniziando con un excursus storico, e ponendo la “non questione” solo in tempi recenti.

Infatti il “problema” dell’anziano nasce nel XX secolo, quando negli Stati Uniti furono pubblicati i primi lavori di “geriatria”, aventi per tema lo studio biomedico e sociale della vecchiaia.

 

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Roma: Badante fa Richiesta di Risarcimento

Trattiamo anche a Roma di un argomento delicato per il momento storico che stiamo vivendo, quello del Covid.

Si terrà un processo a breve che vede contrapposti i familiari di un badante di origine romena morto a causa delle complicazioni da Covid e il suo datore di lavoro.

 

Il badante in questione era stato assunto nel gennaio 2021, con contratto domestico con orario part-time da 25 ore.

68 anni, di origine romena, questo dopo un periodo di ferie durato dal 23 al 28 agosto ritorna a prestare servizio dal proprio datore di lavoro, il quale tuttavia pochi giorni dopo scopre di essere positivo al Covid.
Il tampone positivo viene effettuato in data 1° settembre 2021, ma nessuna complicazione particolare.

Probabilmente anche per merito del vaccino, al quale invece non si era sottoposto il badante che pochi giorni dopo, il 3 settembre per l’esattezza, risultava anch’esso positivo.
A differenza del suo datore di lavoro, il badante presenta subito forti sintomi: febbre alta, difficoltà a respirare.

Tuttavia, solamente qualche giorno dopo questo ha accettato di farsi visitare dai medici i quali, dopo essersi resi conto della gravità della situazione, hanno deciso di portalo in Pronto soccorso.

Tuttavia la situazione ha continuato a degenerare, tanto da morire qualche giorno dopo.

L’anziano datore di lavoro di 83 anni, sarebbe, secondo i familiari della vittima, colpevole per la morte del badante in quanto sarebbe stato questo a trasmettergli il Covid.

A fare notizia non è solamente il motivo per cui si chiede il risarcimento, per danni patrimoniali e non, ma anche la cifra indicata: 1 milione e 200 mila euro per l’esattezza.

 

La famiglia del datore di lavoro si difende: come si legge anche nella memoria difensiva della compagnia assicurativa, infatti, è impossibile accertare il suddetto nesso di causalità.

Come si può essere sicuri che sia stato il datore di lavoro a contagiare il badante?

E anche fosse, come avrebbe potuto evitarlo se non mettendo in atto le norme anti contagio indicate dal ministero della Salute?

Dubbi leciti, tant’è che la decisione del giudice sembra essere già indirizzata; ma non si escludono sorprese.

Inoltre, secondo la famiglia del datore di lavoro sarebbe stato proprio il badante, non vaccinato, a non volere l’intervento del medico nei primi giorni di contagio, dichiarando che “si sentiva forte e in buona salute e che il Covid non gli faceva paura”.

Inoltre, sempre secondo quanto raccontato dalla famiglia del datore di lavoro a cui è stato richiesto il risarcimento, il badante nei primi giorni avrebbe preferito curarsi con metodi alternativi, ossia ricorrendo a infusi e antipiretici.

 

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Le Badanti e i Problemi di Alimentazione dell’Anziano a Roma

Anche a Roma abbiamo potuto constatare  che il cibo  può diventare un problema con la vecchiaia;

sicuramente l’aiuto di una badante può tranquillizzare la famiglia.

Purtroppo  comune tra la popolazione anziana è la disfagia, cioè la difficoltà nella deglutizione.

Di conseguenza un consiglio  alle badanti per  capire come preparare e cucinare al meglio per aiutare gli anziani durante i pasti.

È necessario preparare cibi morbidi e tagliati in piccoli pezzetti.

La verdura, ad esempio, potrebbe essere cotta a vapore oppure si potrebbero utilizzare degli omogeneizzati o passati, anche nei casi di problemi di dentatura e masticazione.

In base alla gravità del problema si possono prevedere diete liquide, semiliquide, semisolide e solide.

  • La dieta liquida è composta da bevande (acqua, thè, caffè etc.) e da sostanze naturalmente liquide come yogurt e brodi.
  • La dieta semiliquida è quella in cui sono presenti cibi fluidi e frullati, come gelati, passati e salse, che sono più consistenti dei  liquidi, ma non necessitano comunque di masticazione.
  • Infine possiamo distinguere l’alimentazione semisolida da quella solida morbida: se la prima consta di alimenti fluidi o frullati che però non devono essere masticati perché facilmente schiacciabili con lingua e palato, la seconda prevede la masticazione (ad esempio polpette, uova sode, verdure).

Mangiare non è semplicemente una necessità fisiologica, ma ha anche una forte valenza psicologica; al diminuire del gusto e dell’olfatto si può ridurre anche il piacere di mangiare, perché tutti i piatti assumono lo stesso sapore.

Ci sono inoltre dei fattori sociali da considerare.

Se l’anziano vive da solo può assumere un atteggiamento depressivo che affievolisce l’entusiasmo nei confronti del cibo e porta a consumare pasti monotoni, in modo disordinato, e poco bilanciati.

La presenza di una badante che sappia gestire la dieta più appropriata va a ridurre i rischi di denutrizione e malnutrizione.

Sapere che la badante per cena avrà portato sulla tavola il proprio piatto preferito può essere per l’anziano uno stimolo per affrontare positivamente la giornata.

 

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Roma: la Sessualita’ e gli Anziani

Anche a Roma desideriamo trattare un aspetto importante degli anziani, che è la sessualità:

è emerso che le donne più anziane possono beneficiare dei piaceri dell’intimità, mentre per l’uomo non sembra essere così.

Quando gli uomini invecchiano, hanno maggiori difficoltà a raggiungere la gioia per motivi medici oppure di natura emotiva.

Pertanto accade che gli uomini tendano ad andare incontro a un livello maggiore di esaurimento.

Di conseguenza, quest’ultimo incide sull’organismo e comporta maggiore stress per il sistema cardiovascolare per raggiungere un culmine.

Questo fattore dunque non è affatto da sottovalutare, poiché a lungo andare può danneggiare la salute.

Non sono da escludere i fattori emotivi, i quali giocano un ruolo fondamentale anche durante i momenti intimi e la sessualità in età avanzata.

Ad esempio, avere frequentemente dei rapporti sessuali può portare alla luce una vera e propria dipendenza erotica, ovvero una sorta di impulsività sessuale a cui non si riesce a rinunciare.

Questo tipo di dipendenza può scaturire dagli stati psicologici come ansia o depressione, che possono compromettere la salute cardiovascolare.

Pertanto, lo stato psicofisico di un individuo gioca un ruolo fondamentale per il benessere dell’organismo, soprattutto se si tratta di rapporti intimi in età avanzata.

Gli stati di agitazione possono dunque causare un’elevata dose di stress e nervosismo nell’uomo, intaccando allo stesso tempo il sistema cardiocircolatorio.

 

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Per quanto riguarda le donne anziane invece, l’intimità in età avanzata è importante e può rivelarsi un perfetto toccasana per la loro salute.

D’altronde, una buona intimità non può che rivelarsi qualcosa di salutare e benefico anche quando si supera una certa età.

È fondamentale, quindi, che le persone anziane comprendano quali sono i potenziali rischi e i benefici della sfera intima, e soprattutto che imparino a vivere una intimità fatta di coccole, carezze e tenerezze e non solo prestazione.

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La Telemedicina a Roma Potrà Aiutare Anziani E Badanti?

La Telemedicina a Roma Potrà Aiutare Anziani E Badanti?

In un periodo in cui l’accesso alle prestazioni sanitarie in presenza era reso difficile dalla pandemia, la telemedicina ha offerto un contributo essenziale per garantire il diritto alla salute.

Ha permesso ai malati, infatti, di dialogare da remoto con i medici, di ricevere diagnosi e cure, di monitorare i propri parametri clinici senza muoversi da casa.

Dopo il boom della pandemia, che ne ha aumentato la diffusione e il gradimento, la telemedicina in Italia appare dunque un’opportunità su cui continuare a investire. L’obiettivo è migliorare l’assistenza sanitaria e renderla sempre più capillare, equa e accessibile grazie al digitale.

Si tratta di un insieme di tecniche mediche e informatiche che permette di fornire servizi di assistenza sanitaria a distanza, ovvero in situazioni in cui il medico e il paziente, oppure due medici, non si trovano nello stesso luogo.

Gioca quindi un ruolo di cruciale importanza per portare l’assistenza sanitaria fuori dalle strutture tradizionali, in particolare a casa dei pazienti, insieme alla presenza della badante.

Abbatte le barriere geografiche dell’assistenza sanitaria. Grazie al supporto della tecnologia, anche chi vive in aree remote o con scarsa copertura ospedaliera può accedere a prestazioni qualificate a distanza, senza bisogno di trasferte lunghe e costose.

La casa diventa il principale luogo di cura, lo spazio fisico in cui è possibile godere, virtualmente, di tantissime prestazioni sanitarie, che possono poi essere gestite dalla badante.

In questo modo è più semplice assistere tutti quei pazienti, cronici e fragili, che hanno difficoltà a spostarsi dalla loro abitazione. Tra loro gli anziani, le persone non autosufficienti, i disabili, chi soffre di patologie altamente invalidanti.

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Assistenza Sanitaria Badanti Straniere a Roma

Assistenza Sanitaria Badanti Straniere a Roma

Per i cittadini stranieri a Roma, comunitari e non, l’iscrizione al Servizio Sanitario Nazionale (S.S.N.) garantisce tutta l’assistenza sanitaria prevista dal nostro ordinamento e comporta parità di trattamento rispetto ai cittadini italiani, per quanto attiene all’obbligo contributivo, all’assistenza erogata in Italia dallo stesso S.S.N. ed alla sua validità temporale.

Chi ha l’obbligo di iscriversi al S.S.N.:

  •  I cittadini stranieri titolari di permesso di soggiorno che svolgono regolare attività di lavoro subordinato, autonomo o che siano iscritti alle liste di collocamento;
  •  i cittadini stranieri regolarmente soggiornanti o quelli che abbiano chiesto il rinnovo del permesso di soggiorno, per lavoro subordinato, per lavoro autonomo, per motivi familiari, per asilo, per richiesta di asilo, per attesa adozione, per affidamento, per acquisto della cittadinanza o per motivi religiosi;
  •  i familiari a carico (regolarmente soggiornanti) dei cittadini stranieri rientranti nelle categorie sopra indicate.
    Non hanno obbligo di iscriversi al S.S.N. i cittadini stranieri non rientranti fra le suddette categorie, anche se devono assicurarsi contro il rischio di malattie, infortunio e maternità mediante stipula di polizza assicurativa valida sul territorio italiano, anche per i familiari a carico.

Se non sei in regola con le norme relative all’ingresso e al soggiorno, hai diritto comunque alle cure ambulatoriali ed ospedaliere urgenti o essenziali, anche se continuative, per malattia e infortunio, nelle strutture pubbliche o private convenzionate.
A tal fine dovrai richiedere presso qualsiasi A.S.L. un tesserino, chiamato S.T.P. (Straniero Temporaneamente Presente), valido sei mesi ma rinnovabile. Per ottenerlo dovrai dichiarare:
– le tue generalità
– di non possedere risorse economiche sufficienti.

 

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Gli Anziani di Roma al Pronto Soccorso

L’emergenza pronto soccorso a Roma, con quel che significa in un anziano in termini di ricoveri inutili ed effetti multi-ricovero successivi, è sentita in tutto il mondo occidentale oltre che nella capitale.

Tanto più in inverno, quando il ricorso all’emergenza è portato ai massimi livelli dalle malattie stagionali.

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Dall’America però arriva un tentativo interessante di diminuire l’incidenza dei ricoveri, così come dimostra uno studio recentemente pubblicato dal Journal of the American Geriatric Society, che ha prodotto il 33% di ricoveri in meno tra gli anziani.
Il sistema fa leva sulle cosiddette cure geriatriche di transizione, che si sostanziano semplicemente nell’individuazione di percorsi alternativi della presa in carico ospedaliera e del post ricovero.

A partire da alcuni dati che dovrebbero far riflettere, poiché nei pazienti anziani riuscire a ridurre il numero di ricoveri significa anche prevenire i disorientamenti anticamera delle demenze, il rischio di cadute post ricovero e infezioni ospedaliere e in generale il peggioramento delle capacità motorie e della qualità della vita.

L’esperimento, consiste nel creare una rete di protezione per la fascia d’età più vulnerabile. Al momento dell’ingresso in pronto soccorso alcune infermiere specializzate nella cura dei pazienti in età geriatrica sono state chiamate a valutare se gli ultrasessantacinquenni in accesso al pronto soccorso presentassero alterazioni fisiche o cognitive, se erano in grado di prendersi cura di loro stessi a casa o se presentavano condizioni comorbili multiple comuni a questa età e – in alcuni casi – l’infermiera poteva decidere di abbinare direttamente il paziente in una RSA invece che rimandarlo a casa.

Quando possibile, inoltre, questi pazienti in “codice d’argento” venivano spostati in ambienti più tranquilli e protetti rispetto al normale standard ospedaliero. E infine dopo essere stati opportunamente valutati e dimessi i pazienti venivano seguiti attraverso contatti telefonici o con appuntamenti da parte di assistenti sociali.
Il risultato dell’esperimento è che gli anziani che hanno ricevuto questo tipo di attenzione dopo l’accesso al pronto soccorso, venivano ricoverati solo nel 36% dei casi, rispetto alla media dei pazienti in accesso della stessa età, in cui il ricovero avviene in oltre il cinquanta per cento dei casi.