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Roma: Badante fa Richiesta di Risarcimento

Trattiamo anche a Roma di un argomento delicato per il momento storico che stiamo vivendo, quello del Covid.

Si terrà un processo a breve che vede contrapposti i familiari di un badante di origine romena morto a causa delle complicazioni da Covid e il suo datore di lavoro.

 

Il badante in questione era stato assunto nel gennaio 2021, con contratto domestico con orario part-time da 25 ore.

68 anni, di origine romena, questo dopo un periodo di ferie durato dal 23 al 28 agosto ritorna a prestare servizio dal proprio datore di lavoro, il quale tuttavia pochi giorni dopo scopre di essere positivo al Covid.
Il tampone positivo viene effettuato in data 1° settembre 2021, ma nessuna complicazione particolare.

Probabilmente anche per merito del vaccino, al quale invece non si era sottoposto il badante che pochi giorni dopo, il 3 settembre per l’esattezza, risultava anch’esso positivo.
A differenza del suo datore di lavoro, il badante presenta subito forti sintomi: febbre alta, difficoltà a respirare.

Tuttavia, solamente qualche giorno dopo questo ha accettato di farsi visitare dai medici i quali, dopo essersi resi conto della gravità della situazione, hanno deciso di portalo in Pronto soccorso.

Tuttavia la situazione ha continuato a degenerare, tanto da morire qualche giorno dopo.

L’anziano datore di lavoro di 83 anni, sarebbe, secondo i familiari della vittima, colpevole per la morte del badante in quanto sarebbe stato questo a trasmettergli il Covid.

A fare notizia non è solamente il motivo per cui si chiede il risarcimento, per danni patrimoniali e non, ma anche la cifra indicata: 1 milione e 200 mila euro per l’esattezza.

 

La famiglia del datore di lavoro si difende: come si legge anche nella memoria difensiva della compagnia assicurativa, infatti, è impossibile accertare il suddetto nesso di causalità.

Come si può essere sicuri che sia stato il datore di lavoro a contagiare il badante?

E anche fosse, come avrebbe potuto evitarlo se non mettendo in atto le norme anti contagio indicate dal ministero della Salute?

Dubbi leciti, tant’è che la decisione del giudice sembra essere già indirizzata; ma non si escludono sorprese.

Inoltre, secondo la famiglia del datore di lavoro sarebbe stato proprio il badante, non vaccinato, a non volere l’intervento del medico nei primi giorni di contagio, dichiarando che “si sentiva forte e in buona salute e che il Covid non gli faceva paura”.

Inoltre, sempre secondo quanto raccontato dalla famiglia del datore di lavoro a cui è stato richiesto il risarcimento, il badante nei primi giorni avrebbe preferito curarsi con metodi alternativi, ossia ricorrendo a infusi e antipiretici.

 

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Badanti no vax a Roma? Attenzione.

Badante no-vax anche a Roma? Attenzione alla legalità.
È giusto che una badante che assiste un anziano fragile non autosufficiente rifiuti di vaccinarsi contro il Covid?

Al di là della questione meramente ideologica (nella quale volutamente non vogliamo entrare) è indubbio che ne esista un’altra, ancora più urgente, che ha a che fare con l’incolumità delle persone più a rischio e con la sicurezza della privata abitazione.

Se l’obiettivo resta quello di tutelare le categorie più fragili, appare allora evidente come il tema del lavoro domestico non possa essere più lasciato indietro, come invece avvenuto in questi mesi. La discussione sull’obbligatorietà del vaccino anti Covid e sul Green pass per alcune categorie di lavoratori, a cominciare da quelli impiegati nella sanità e nelle residenze sanitarie, deve necessariamente comprendere l’assistenza a 360 gradi, e quindi anche quella che viene svolta a domicilio. Stiamo parlando di circa 2 milioni di lavoratori, nella maggior parte dei casi impiegati in nero, senza contratto o, quando stranieri non comunitari, anche senza un regolare permesso di soggiorno. In attesa (o nell’auspicio) che il governo faccia la sua parte: siamo stati costretti a mettere in campo un piano B. L’idea è quella di inserire nei nuovi contratti di assunzione una specifica clausola che punti ad attestare la volontà dell’assistente familiare, colf, badante convivente o baby sitter, a vaccinarsi o a garantire il possesso di un green pass valido.

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La stessa cosa può essere fatta modificando i contratti di assunzione nei rapporti di lavoro già in essere. Al momento si tratta dell’unica soluzione valida per tutelare le famiglie nelle quali vivono persone fragili, le stesse che in questi mesi, numerosissime, ci hanno contattato per chiedere indicazioni su come gestire il rapporto di lavoro divenuto ‘problematico’ con il proprio domestico che non intendeva vaccinarsi.

Ricordiamo che nella maggior parte dei casi di assistenza a persone non autosufficienti non è possibile garantire il distanziamento o imporre l’utilizzo dei dispositivi di protezione individuale. In tutte queste situazioni, che sono molto comuni, la vaccinazione è l’unico strumento per abbattere concretamente il rischio di trasmissione del virus e per tutelare datore e lavoratore.

Infine, qualora la volontà del domestico a non vaccinarsi (con tutti i rischi a essa connessa) rappresenti motivo di mancata fiducia, condizione sulla quale necessariamente deve basarsi un rapporto di lavoro domestico, ricordiamo che è sempre possibile interrompere il contratto in qualsiasi momento e procedere con il licenziamento del lavoratore, ovviamente nel rispetto del periodo di preavviso previsto.

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Bonus per gli anziani a Roma: un contributo per pagare la badante

Per tutti i cittadini non autosufficienti che necessitano dell’aiuto di figure di sostegno come badanti e colf, arriva il rimborso di 300 euro mensili messo a disposizione per compensare, almeno in parte, le spese affrontate per provvedere agli stipendi. Si parla di un massimo di 3.600 euro all’anno. Previsto, inoltre, un ulteriore contributo di 300 euro per l’assunzione di un sostituto in caso di maternità del professionista che si occupa della persona non autosufficiente.

Queste, dunque, le principali misure introdotte lo scorso primo luglio da CassaColf, lo strumento che il Contratto collettivo nazionale del lavoro domestico (sottoscritto da Domina, Fidaldo, Filcams Cgil, Fisascat Cisl, UILTuCS e Federcolf) ha costituito per fornire prestazioni e servizi a favore di lavoratori e datori di lavoro iscritti. I nuovi aiuti andranno ad aggiungersi a quel pacchetto di prestazioni e servizi già garantiti da CassaColf.

A beneficiarne, tutti quei lavoratori e datori di lavoro che possiedono un regolare contratto e che non hanno mancato di versare i contributi obbligatori previsti dall’accordo collettivo. Dallo scorso 1° luglio è operativo il nuovo regolamento di CassaColf, che introduce importanti aiuti rivolti ai datori di lavoro domestico: quelli più fragili che si trovano a fare i conti con una condizione permanente di non autosufficienza e quelli che, in caso di maternità dell’assistente familiare, devono ricorrere a un sostituto e lo fanno con regolare contratto. Un incentivo a chi sceglie la strada della regolarità.

In caso di non autosufficienza permanente e certificata il rimborso previsto è di 300 euro al mese per un massimo di 12 mesi consecutivi, per un totale di 3.600 euro, spiegano da CassaColf. In caso di assunzione di un sostituto che vada a prendere temporaneamente il posto del lavoratore titolare costretto a ritirarsi per maternità, il sussidio sarà di 300 euro, una tantum, per ogni professionista assunto in sostituzione. Per ottenere gli aiuti, il richiedente dovrà aver versato almeno un anno di contributi alla Cassa.

Oltre ai sussidi, il pacchetto di prestazioni Covid per gli assistenti familiari risultati positivi è stato prorogato fino al 31 ottobre 2021. In particolare, si legge nel comunicato, è prevista “indennità giornaliera da 100 euro per un massimo di 50 giorni l’anno in caso di ricovero in strutture ospedaliere; indennità giornaliera da 30 euro per un massimo di 10 giorni l’anno in caso di isolamento domiciliare a prescindere dal ricovero ospedaliero a seguito di positività al Covid-19; indennità giornaliera per i figli a carico, da 40 euro, per un massimo di 14 giorni; rimborsi fino a 200 euro per l’acquisto di materiale sanitario e fino a 100 euro per visite domiciliari di personale medico o infermieristico”.

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La disorganizzazione delle RSA a Roma: numeri e casi

Purtroppo, proprio lungo la pandemia abbiamo avuto modo di vedere la disorganizzazione soggiacente alle RSA; e purtroppo si è stati costretti ad assistere a scene di vero e proprio abbandono e di solitudine. In questo primo periodo post-pandemia, continuano i dissesti presenti nelle RSA. Carenza di personale nelle case di riposo, la Cisl Funzione Pubblica chiede l’inquadramento dei dipendenti delle Rsa nel contratto della Sanità pubblica, per evitare la fuga verso le strutture pubbliche.

“Da tempo – spiega Fabio Zuglian, segretario generale della Cisl Fp Belluno Treviso – segnaliamo che, una volta passata la criticità Covid, l’emergenza più grave sarebbe stata la carenza degli infermieri, in primis a causa di una sbagliata programmazione universitaria riguardo al fabbisogno di questo tipo di professionalità. La pandemia ha poi peggiorato la situazione, perché gli ospedali pubblici, con la campagna di assunzioni straordinarie, hanno assunto decine di infermieri delle Rsa, determinando un ulteriore impoverimento delle strutture del territorio, arrivando al punto che ad oggi ci sono diverse case di riposo costrette a lasciare vuoti i letti nonostante le richieste, perché non soddisfano più i parametri relativi al rapporto fra numero di infermieri e di ospiti necessario per garantire adeguata assistenza, standard per altro già sottostimato rispetto alle attuali esigenze di assistenza degli anziani”.

Il tutto a discapito della qualità dell’assistenza, ma anche della sostenibilità finanziaria delle strutture e della qualità del lavoro degli infermieri che operano nelle case di riposo, in fuga anche da carichi di lavoro sempre più pesanti, straordinari e doppi turni. “Cisl Fp – spiega Zuglian – sostiene che questa crisi dovrebbe essere una occasione per rivalutare l’assistenza infermieristica nelle case di riposo, che dovrebbe essere garantita dal sistema sanitario pubblico: siamo convinti che una soluzione sia che gli infermieri delle Rsa vengano assunti dal sistema sanitario regionale, con conseguente applicazione del contratto di Sanità pubblica, che garantisce maggiori tutele e migliori condizioni di lavoro: salario più alto, maggiori opportunità formative, migliore orario di lavoro”.

“Una soluzione – aggiunge il segretario generale della Cisl Fnp Pensionati Belluno Treviso Franco Marcuzzo – che potrebbe ovviare a un altro grave disagio vissuto dagli anziani ospiti delle Rsa: non solo il dramma del Covid, dell’isolamento, della separazione dai familiari, ma anche continui addii al personale sanitario che per l’ospite della casa di riposo rappresenta una vera e propria famiglia”. Disagio che si aggiunge alla ancora persistente difficoltà ad accedere alle Rsa per le visite. “La situazione varia da struttura a struttura – sottolinea il segretario della Fnp – ma non siamo ancora soddisfatti e va detto che la carenza di personale pesa anche sull’applicazione dell’ordinanza del ministro Speranza”.

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E se le RSA cominciano ad aver problemi di bilancio, per Marcuzzo non vanno dimenticate le difficoltà economiche delle famiglie, acutizzate dalla crisi Covid: “Parliamo ancora di rette troppo alte – afferma il Segretario generale dei Pensionati Cisl di Belluno Treviso – chiediamo l’aumento del numero delle impegnative di residenzialità rilasciate dalle Ulss per l’accesso agevolato alle strutture per una fascia di popolazione più ampio, ricordando che in casa di riposo ci si rivolge soprattutto nei casi di non-autosufficienza”.

In tanti altri casi, anche per questioni economiche, le famiglie si rivolgono alle badanti conviventi, badanti ad ore o badanti di condominio che, ancora oggi, sottolinea Marcuzzo “si collocano in un’area del mercato del lavoro che sembra interessare solo quando le assistenti non si trovano o devono andare in ferie”. Le richieste della Fnp sono precise, a partire dalla istituzione di un Albo delle badanti a cui attingere per essere certi della formazione e della professionalità delle assistenti.

“Oggi invece – spiega Marcuzzo – tutto è lasciato al libero mercato e se oggi si parla del problema delle ferie è perché non c’è una regolamentazione e affidiamo i nostri anziani a persone di cui si sa poco o niente”. Un fenomeno sui cui soffermarsi è ad esempio quello delle “dame di compagnia”: donne comunitarie provenienti da Paesi come Polonia, Slovacchia, Romania, organizzate da enti e società nei Paesi di origine che fanno ottenere loro permessi turistici di tre mesi per raggiungere l’Italia e lavorare come badanti. Dopo tre mesi, rientrano in patria e vengono sostituite da altre.

“È un lavoro non regolato – spiega il segretario dei Pensionati -, a basso costo per le famiglie, risultano ospiti ma in realtà prestano assistenza ad anziani, ai quali in questo modo viene anche a mancare la continuità affettiva. Il fenomeno è noto, ma purtroppo nessuno, a livello politico, si assume la responsabilità di valorizzare queste figure e tutelare le famiglie: una migliore qualità di questo tipo di lavoro è direttamente proporzionale ad una migliore assistenza per i nostri genitori”.

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